FILM

“È fatto da una donna, quindi Leone d’Oro”: Maggie Gyllenhaal risponde alle polemiche che infiammano Venezia 83

Maggie Gyllenhaal risponde alle polemiche sul Leone d’Oro a Woman Unknown con una battuta provocatoria, poi difende la scelta della giuria di Venezia 83.

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Quando Maggie Gyllenhaal è salita sul palco del Lido di Venezia per consegnare il Leone d'Oro 2026, sapeva esattamente cosa l'aspettava. Domande, insinuazioni, l'inevitabile dibattito sulla scelta di premiare Woman Unknown di May el-Toukhy, l'unico film in competizione diretto esclusivamente da una donna. E così, alla conferenza stampa post-cerimonia, ha deciso di giocare d'anticipo con un'ironia tagliente ma necessaria.

"In realtà non ho visto Woman Unknown", ha esordito con faccia impassibile davanti ai giornalisti. "Ho semplicemente pensato: è fatto da una donna, quindi Leone d'Oro". Il silenzio in sala è durato giusto il tempo necessario perché tutti capissero la provocazione. Perché sì, Gyllenhaal stava rispondendo esattamente alla domanda che le avrebbero fatto comunque: se il premio fosse una "dichiarazione politica", come l'ha definito un giornalista presente.

La verità è più complessa e, forse, più banale di quanto i cacciatori di polemiche vorrebbero. La Gyllenhaal, alla sua prima esperienza come presidente di giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, aveva iniziato il festival denunciando apertamente la scarsità di registe donne in competizione per il prestigioso premio. E ora che il Leone d'Oro era andato proprio all'unica pellicola diretta solo da una donna, l'equazione sembrava troppo perfetta per essere innocente.

"Ci sono molti film fatti da donne che non mi piacciono, e alcuni che attivamente, fortemente, non mi piacciono, proprio come i film fatti dagli uomini", ha spiegato l'attrice e regista americana, tornando seria. "Ho un solo voto, proprio come ciascun membro di questa giuria, quindi tutte le decisioni che prendiamo sono sempre complicate, coinvolgono sempre molte conversazioni".

La giuria, va detto, non era esattamente uno spazio di rappresentanza sbilanciato: accanto alla Gyllenhaal sedevano la regista tunisina Kaouther Ben Hania (autrice del potente The Voice of Hind Rajab), la cineasta afghana Shahrbanoo Sadat, il leggendario filmmaker hongkonghese Johnnie To, il regista e sceneggiatore francese Xavier Giannoli, il compositore Daniel Blumberg (colonna sonora di The Brutalist) e l'accademico italo-americano Francesco Casetti. Un gruppo eterogeneo per cultura, sensibilità e background.

E allora perché Woman Unknown ha vinto? La risposta di Gyllenhaal è stata netta:

"Credo di essere stanca di parlare dello stesso argomento più e più volte. Continuerò a farlo, ma solo per un momento, qui in questo posto incredibile, voglio semplicemente celebrare un film meravigliosamente fatto che ho sentito come un raggio laser, proprio per il film ben fatto che è". - Maggie Gyllenhaal

Un raggio laser. L'immagine è potente, chirurgica. Parla di precisione, di impatto diretto, di qualcosa che colpisce senza dispersioni. Ed è esattamente questa la difesa che la Gyllenhaal ha voluto erigere intorno alla scelta della giuria: Woman Unknown non ha vinto perché diretto da una donna, ma perché secondo la giuria è un grande film.

A suffragare questa tesi c'è anche la decisione di premiare con la Coppa Volpi per la migliore attrice Mathilde Arcel, protagonista proprio di Woman Unknown. "Sei autorizzato a dare due premi a un vincitore del Leone d'Oro se il secondo premio che vuoi dare è unanime", ha spiegato Gyllenhaal. "Quindi abbiamo deciso all'unanimità di premiare Mathilde, della quale vorrei dire pubblicamente, per tutta la stampa, che ci farà saltare i calzini dai piedi".

La profezia su Arcel è l'ennesimo segno di quanto la giuria credesse nella qualità artistica del film, non nella sua valenza simbolica. Eppure il dibattito continuerà, inevitabilmente. Perché il cinema, come ogni forma d'arte, è anche specchio delle tensioni sociali del suo tempo. L'unico altro film in competizione con una regista donna era NAZA, co-diretto da Rachel Szor e Yuval Abraham, potente documentario sul conflitto di Gaza che si è aggiudicato il premio speciale della giuria. Interrogata su questa scelta, Gyllenhaal ha elogiato "l'immensa bravura e intelligenza" dell'opera, sottolineando come la collega di giuria Ben Hania le abbia fatto notare che "il modo in cui è girato e montato parla di sistemi".

"Conosco Jonathan Glazer, che ha prodotto The Zone of Interest, uno dei produttori, e mi ha ricordato un po' The Zone of Interest in quel senso, che parla anche di sistemi", ha aggiunto. "E una delle cose che ho amato del film è stato il modo in cui lo esprime in forma non letterale".

Dietro le dichiarazioni pubbliche, dietro le polemiche preventivate e le difese d'ufficio, resta un dato di fatto: alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia, su ventuno film in competizione, solo uno era diretto esclusivamente da una donna. È un problema. Lo sa la Gyllenhaal, che l'ha denunciato. Lo sanno i festival, che cercano di correggerlo con quote e politiche di inclusione. Lo sa l'industria cinematografica, che continua a essere dominata da uomini nelle posizioni chiave.

Ma è altrettanto vero che ridurre la vittoria di Woman Unknown a una mera questione di genere significa sminuire il lavoro di May el-Toukhy, togliere valore alla performance di Mathilde Arcel, negare la complessità del giudizio di sette professionisti del cinema che hanno passato giorni a discutere, confrontarsi, scegliere. Maggie Gyllenhaal lo sa bene. E con quella battuta ironica, calibrata al millimetro, ha cercato di mandare un messaggio chiaro: sì, serve più equità. Sì, servono più donne registe in competizione.

Forse alla fine la risposta più efficace resta proprio quella con cui Maggie Gyllenhaal ha deciso di anticipare le polemiche, dopo aver fatto già parlare di sé nei giorni scorsi con un vestito sfoggiato sul red carpet. Una battuta volutamente provocatoria che, dietro l'ironia, nasconde una questione molto più semplice: chiedersi se Woman Unknown abbia vinto perché diretto da una donna rischia di mettere in secondo piano proprio ciò che una giuria dovrebbe giudicare, ovvero il film. E almeno su questo Gyllenhaal non sembra avere dubbi: per lei e per gli altri giurati, il Leone d'Oro non aveva bisogno di altre giustificazioni.

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