Euphoria 3, Sam Levinson rompe il silenzio: il finale della serie sarebbe dovuto essere molto diverso
Euphoria si conclude con un finale tragico. La morte di Angus Cloud ha cambiato la storia: Sam Levinson racconta come il dramma reale ha trasformato l'epilogo.
Dopo sette anni di luci al neon, dipendenze e drammi adolescenziali portati all'ennesima potenza, Euphoria ha chiuso i battenti. La terza e ultima stagione si è conclusa con un episodio di durata cinematografica che ha lasciato i fan con più domande che risposte, e con un retrogusto amaro difficile da mandare giù. Ma ciò che rende questo finale davvero particolare non è solo quello che abbiamo visto sullo schermo: è quello che è successo dietro le quinte, nella vita reale, a cambiare radicalmente la rotta di una delle serie più influenti dell'ultimo decennio.
Parole dure, che suonano ancora più pesanti quando si conosce il contesto. La morte di Angus Cloud, l'attore che interpretava Fezco, avvenuta per overdose accidentale, ha sconvolto non solo il cast e la produzione, ma l'intero impianto narrativo della stagione finale. Levinson non nasconde che quella tragedia lo ha costretto a confrontarsi faccia a faccia con una realtà che fino a quel momento aveva trattato con la patina estetica che caratterizza il suo lavoro: il fentanyl, la dipendenza, la morte improvvisa senza seconde possibilità.
"Dopo la sua morte, ho dovuto riconcepire la sceneggiatura", ha raccontato il regista con una sincerità disarmante. "Non puoi raccontare una storia sulla dipendenza oggi senza mostrarne le conseguenze reali. La maggior parte delle persone non ha una seconda chance. Il fentanyl può portarti via in un istante. Non è come quando sono cresciuto io: potevi letteralmente prendere pillole dalla strada e magari avere un brutto trip, ma ce la facevi. Questa è una cosa che colpisce da vicino molte persone in questo paese. Mi è sembrata la cosa più responsabile da fare".
Eppure, in questa apparente frammentazione, c'è una coerenza emotiva profonda. Il viaggio di Rue, il personaggio interpretato da Zendaya (che Levinson ha elogiato per una performance "da annali"), esplora la natura fragile della sobrietà in un mondo dove la tentazione non è solo dietro l'angolo, ma è letteralmente mortale. Non è più questione di scegliere tra una vita ordinaria e una straordinaria: è questione di scegliere tra la vita e la morte, senza sfumature.
Nei momenti finali dell'episodio, una conversazione tra i personaggi di Sydney Sweeney e Maude Apatow offre uno spiraglio, seppur debole, di speranza. "C'è decisamente della fragilità lì", ha commentato Levinson. "Ma è anche una sorta di rinnovamento. Se riusciamo a metterci in riga, prenderci cura delle persone che amiamo e magari credere in qualcosa di più grande di noi stessi, allora possiamo costruirci un futuro".