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Il miglior film di Miyazaki su Netflix nasconde un segreto che nessuno dei suoi progetti ha mai rivelato

Scopri la lezione nascosta nel film di Miyazaki su Netflix: amarsi attraverso l'accettazione, la crescita personale e l'amore autentico.

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Ci sono film che rivedi a distanza di anni e che, ogni volta, ti restituiscono qualcosa di diverso. Il castello errante di Howl su Netflix è uno di quelli. Non è solo questione di animazione straordinaria o di colonna sonora indimenticabile, anche se entrambe ci sono e fanno il loro lavoro egregiamente. È qualcosa di più profondo, qualcosa che ha a che fare con il modo in cui Hayao Miyazaki costruisce i suoi personaggi, rendendoli così dannatamente umani da sembrare più reali di tante persone in carne e ossa. Sophie e Howl non sono eroi perfetti. Anzi, sono l'esatto opposto: due persone tormentate dall'insicurezza, intrappolate in maledizioni che sono tanto letterali quanto metaforiche. Ed è proprio questa imperfezione a renderli straordinari, perché ci permettono di specchiarci nelle loro fragilità e, forse, di imparare qualcosa su noi stessi.

L'arte di Miyazaki raggiunge qui uno dei suoi vertici assoluti. Ogni fotogramma è un dipinto che respira: il giardino segreto di Howl, con i suoi fiori pastello che sembrano usciti da un sogno a occhi aperti, le molteplici versioni del castello errante che cambia forma e dimensione, i dettagli minuziosi che riempiono ogni inquadratura. Ma la scenografia, per quanto magnifica, è solo la cornice. Il vero capolavoro sta nel character design e, soprattutto, nella costruzione psicologica dei protagonisti. Calcifer, il demone del fuoco arancione e scoppiettante che cucina la colazione, è diventato un'icona della cultura pop. Heen, il cagnolino soffice e ansimante, conquista con la sua tenerezza goffa. E poi c'è Howl, con il suo cardigan rosa e blu a rombi, i gioielli luccicanti e i capelli biondi fluenti: un concentrato di vanità e stile che nasconde crepe profonde. Questi personaggi non si dimenticano, non solo per come appaiono, ma per chi sono davvero sotto la superficie patinata.

Quando il film inizia, Sophie e Howl sembrano agli antipodi. Lei è una ragazza riservata, convinta di essere ordinaria, destinata a una vita di lavoro e solitudine. Lui è un mago arrogante, narcisista, ossessionato dal proprio aspetto fisico. Eppure, man mano che la storia procede, emerge una verità scomoda: entrambi condividono la stessa battaglia interiore contro l'insicurezza. Solo che questa insicurezza si manifesta in modi completamente diversi. Howl combatte il suo senso di inadeguatezza costruendo una facciata elaborata. La vanità diventa il suo scudo: tinture per capelli, abiti ricercati, un atteggiamento sprezzante che tiene gli altri a distanza. La scena in cui crolla disperato perché ha usato la tinta sbagliata non è solo comica, è tragica. Rivela quanto sia fragile l'autostima di un uomo che ha basato tutto il proprio valore sull'apparenza, e quanto terrore provi all'idea di essere visto per quello che è realmente.

Sophie, al contrario, non cerca di nascondere le sue presunte mancanze. Le accetta, o meglio, ci si rassegna. Si critica costantemente, si convince di non meritare amore o bellezza, si rifugia nel lavoro e nella cura della famiglia per non dover affrontare il vuoto emotivo che sente dentro. Quando viene trasformata in un'anziana donna dalla maledizione della Strega delle Lande, in un certo senso la trasformazione fisica rispecchia solo come si è sempre sentita dentro: invisibile, poco attraente, fuori dal gioco della vita. E qui sta il genio di Miyazaki: non ci offre personaggi monodimensionali, ma esseri complessi che riflettono le infinite sfumature dell'esperienza umana. Quante volte ci siamo sentiti come Sophie, convinti di non essere abbastanza? Quante volte abbiamo indossato una maschera come Howl, nascondendo le nostre paure dietro un sorriso forzato o un atteggiamento di sufficienza? Questa riconoscibilità è ciò che rende il film così potente: non parla di maghi e maledizioni, parla di noi.

La relazione tra Sophie e Howl diventa così il fulcro emotivo della narrazione. Non è una semplice storia d'amore dove uno salva l'altro, troppo facile e, francamente, poco credibile. È un percorso di crescita condivisa, dove entrambi si aiutano a vicenda ma devono anche fare il lavoro su se stessi. Sophie insegna a Howl cosa significhi davvero prendersi cura di qualcuno, aprirsi senza paura del giudizio, costruire una famiglia. Howl, dal canto suo, permette a Sophie di vedersi finalmente per quella che è: bella, coraggiosa, degna di essere amata. Ma attenzione: nessuno dei due viene "salvato" dall'altro in modo passivo. Sarebbe stato un messaggio pericoloso, quello della persona che arriva e risolve tutti i tuoi problemi. Invece, il film ci mostra qualcosa di più maturo e sano: l'amore può ispirarti, può darti la forza di cambiare, ma sei tu che devi fare il passo. Sophie deve accettare se stessa, Howl deve imparare a non fuggire dalle sue responsabilità e dalle sue emozioni.

La lezione più preziosa che Sophie e Howl ci lasciano non sta nelle parole, ma nelle azioni. Ci mostrano che la trasformazione è possibile, che le nostre ferite non ci definiscono per sempre, che possiamo spezzare le maledizioni che ci siamo autoimposti. Ci insegnano che l'amore vero, quello che dura, non ignora i difetti ma li accoglie, li comprende, li trasforma in punti di forza. E forse è proprio questo che rende Il castello errante di Howl non solo un grande film d'animazione, ma un'opera che tocca corde profondamente umane. In un mondo che ci bombarda continuamente di immagini di perfezione, di successo immediato, di relazioni idealizzate, Miyazaki ha il coraggio di mostrarci personaggi rotti e imperfetti che imparano faticosamente ad amarsi. E nel farlo, ci offre uno specchio dove riconoscerci, e forse, la speranza che anche noi possiamo intraprendere lo stesso viaggio.

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