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Il ritratto intimo e documentaristico di una relazione padre-figlio, in questo commovente film su Netflix

Color Book su Netflix: analisi del film di David Fortune con William Catlett. Storia di un padre vedovo e suo figlio con sindrome di Down.

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Quando un regista esordiente si avvicina al lungometraggio, porta con sé una visione, un'urgenza narrativa, qualcosa da dire al mondo. David Fortune, con Color Book, ha scelto di raccontare la storia di Lucky, un padre vedovo interpretato da William Catlett, e di suo figlio Mason, un bambino con sindrome di Down portato sullo schermo da Jeremiah Daniels. Il film, disponibile su Netflix, si presenta come un commovente ritratto intimo e documentaristico di una relazione padre-figlio segnata dal lutto e dalle sfide quotidiane della genitorialità speciale.

Lucky e Mason vivono ad Atlanta, Georgia, in una casa permeata da un'aria di malinconia palpabile. La moglie di Lucky e madre di Mason, Tammy, è morta in un incidente stradale, e la sua assenza grava come un macigno invisibile su ogni gesto, ogni silenzio, ogni momento di tensione tra padre e figlio. Fortune non si sofferma sui dettagli dell'incidente. Quelle domande, che in un thriller potrebbero costituire il motore narrativo, qui vengono deliberatamente ignorate in favore di uno sguardo quasi etnografico sulla quotidianità.

Il regista costruisce la sua narrazione attraverso scene di vita domestica che hanno il sapore del cinema verità, omenti di tenerezza alternati a esplosioni di impazienza, quando Mason scrive il suo nome come "M-son" o si aggrappa ostinatamente a un palloncino. È difficile dire se Lucky sia sempre stato così con suo figlio o se la perdita di Tammy abbia eroso la sua pazienza. Fortune non offre spiegazioni, preferendo lasciare che lo spettatore legga tra le righe dei comportamenti, dei silenzi, delle microespressioni.

I flashback dedicati a Tammy sono brevi, quasi delle cartoline sbiadite: lei che sorride, gioca con Mason, riempie la casa di una gioia che ora sembra appartenere a un'altra vita. È una scelta narrativa che si appoggia pesantemente su un cliché consolidato del cinema contemporaneo, quello della "moglie morta" idealizzata, un tropo che ha ormai raggiunto una saturazione tale da sfiorare l'autoparodia. Eppure, nonostante la prevedibilità dell'espediente, le performance degli attori riescono a infondere calore anche a questi frammenti convenzionali.

La trama si sviluppa attorno a un evento apparentemente semplice: Lucky decide di portare Mason alla sua prima partita di baseball, un viaggio da Atlanta al Truist Park. È un road movie in miniatura, scandito da piccoli incidenti e incontri fortuiti che dovrebbero cementare il legame tra padre e figlio. La macchina che si guasta, Mason che si perde sul treno dopo che Lucky si addormenta: sono situazioni che il cinema ha esplorato infinite volte, e Fortune non trova un angolo originale da cui riprenderle. Ciò che manca è una riflessione più profonda sul significato personale di questo viaggio per Lucky.

Il regista sembra più interessato a osservare che a raccontare, più incline a registrare che a interpretare. I suoi personaggi parlano poco, e quando lo fanno, le loro voci servono principalmente a ribadire un punto che non ha bisogno di essere dimostrato: fare il genitore è difficile, e farlo da soli, con un bambino che ha bisogni speciali, lo è ancora di più. È una verità talmente evidente da non richiedere un lungometraggio per essere comunicata.

Color Book è un film che naviga a vista tra il documentario e la fiction, senza riuscire davvero a trovare un equilibrio soddisfacente. L'approccio documentaristico richiederebbe una maggiore ricchezza di dettagli concreti, una comprensione più profonda del contesto sociale ed economico in cui i personaggi si muovono. La finzione drammatica, invece, necessiterebbe di una struttura narrativa più solida, di archi di trasformazione più chiari, di una tensione che cresca e si risolva in modo soddisfacente.

Per chi cerca un dramma familiare sincero, privo di artifici eccessivi e fondato su interpretazioni solide, Color Book può offrire momenti genuini di commozione. Ma chi si aspetta una storia che sappia davvero scavare in profondità, che offra una riflessione articolata sulla genitorialità (come questo film con Elizabeth Olsen), sul lutto, sulla diversità, rimarrà probabilmente con la sensazione di aver visto qualcosa di incompiuto, di appena abbozzato. Un film che promette di colorare fuori dai margini, ma che alla fine resta prudentemente dentro le righe.

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