Joel Edgerton su Netflix, in un ruolo che nessun altro attore hollywoodiano avrebbe accettato
Joel Edgerton in questo film contemplativo su Netflix sull'Ovest americano tra bellezza visiva e ritmo lento.
C'è una scena in Train Dreams (disponibile su Netflix) in cui Joel Edgerton guarda semplicemente il cielo notturno. Nessun dialogo, nessuna musica invasiva, solo un uomo e l'immensità sopra di lui. Dura abbastanza da metterti a disagio, quel tipo di disagio che ti fa chiedere se dovresti controllare il telefono o arrenderti e lasciarti trasportare. È esattamente questo il punto: il nuovo film di Clint Bentley, presentato al Sundance Film Festival 2025, chiede pazienza. Molta pazienza. E non sempre la ripaga. Tratto dal romanzo di Denis Johnson, Train Dreams è un'esplorazione intimista e visivamente mozzafiato dell'Ovest americano nei primi del Novecento. Bentley, che ha co-scritto la sceneggiatura con Greg Kwedar, attinge a piene mani dall'universo contemplativo di Terrence Malick: lunghi silenzi, inquadrature naturalistiche che si perdono tra le foreste maestose e fiumi che scorrono come metafore viventi.
Ed è qui che Train Dreams rivela la sua natura più interessante e frustrante. Il film non cerca di consolare con messaggi facili sul senso della vita o sulla redenzione. Grainier vaga letteralmente e metaforicamente per gran parte della narrazione, cercando uno scopo che arriva soltanto una volta, in modo fugace, per poi dissolversi di nuovo. È una scelta coraggiosa: quanti film contemporanei hanno il coraggio di dire che forse, semplicemente, non c'è un perché a tutto? Che gli esseri umani passano sulla terra come ombre, lasciando tracce minime mentre la natura continua il suo ciclo indifferente? Bentley costruisce una lettera d'amore struggente ai lavoratori dimenticati, a quegli uomini e donne che hanno versato sangue e sudore per trasformare il paesaggio americano, senza che nessuno li ricordasse. Il film sostiene che le azioni umane hanno conseguenze sulla terra, certo, ma che non sempre esiste una logica, un ordine superiore.
La ricerca di Grainier di dare un senso alle sue tragedie attraverso l'idea della maledizione è solo un modo per rendere sopportabile l'assenza di risposte, prima di tornare a vagare. Ma questa scelta narrativa, per quanto concettualmente potente, diventa anche il tallone d'Achille del film. La tragedia più grande della vita di Grainier avviene troppo presto, lasciando lo spettatore in balia di un racconto che sembra perdere direzione proprio come il suo protagonista. I 102 minuti di durata si dilatano, ripetendo gli stessi concetti filosofici senza approfondirli davvero. La narrazione è elegante, mai invadente, ma la quasi totale assenza di dialoghi in un film così lungo mette alla prova anche gli spettatori più devoti al cinema contemplativo. C'è anche una questione problematica che il film non riesce a risolvere: l'immigrato cinese che ossessiona i sogni di Grainier rimane senza nome, senza storia, un puro simbolo della colpa del protagonista bianco.
Il problema fondamentale di Train Dreams è che la sua bellezza formale e le sue riflessioni esistenziali non bastano a sostenere un ritmo così rarefatto per oltre un'ora e mezza. Bentley sembra talmente innamorato delle atmosfere malinconiche e delle inquadrature naturalistiche da dimenticare che anche la contemplazione ha bisogno di momenti di tensione, di conflitto, di progressione drammatica. Il film tocca questioni profonde sulla ricerca di significato, sulla colpa, sulla solitudine dell'esistenza, ma le sfiora appena, preferendo indugiare su paesaggi e silenzi. È un'opera che divide inevitabilmente. Chi ama il cinema di Malick, Kelly Reichardt o Chloé Zhao troverà in Train Dreams un'esperienza meditativa e visivamente sontuosa. Chi cerca una narrazione più dinamica o emotivamente coinvolgente si sentirà probabilmente alla deriva, proprio come Grainier che cammina senza meta tra gli alberi.