Train Dreams, la ballata di Robert Grainier

Una ballata sensoriale in cui suoni, silenzi e musica raccontano il destino di un uomo e di un’America che cambia, più delle parole stesse.

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L’essenza di Train Dreams si respira negli attimi che non viviamo, nel silenzio musicale che la natura ci concede, ed è in questo spazio esperienziale quanto metafisico che si compie una delle opere più toccanti ed intense dell’ultimo anno cinematografico. Tratto dall’omonimo romanzo di Denis Johnson e diretto da Clint Bentley, Train Dreams potrebbe essere a tutti gli effetti una ballata scritta da Bob Dylan, nel suo realismo magico in cui la cruda essenza della realtà si fonde con la poesia della nostra stessa esistenza. Fin dal principio siamo già a conoscenza di tutto ciò che avverrà nella vita del protagonista, Robert Grainier. Nato orfano, successivamente prestato ai lavori più umili che l’America di fine 800 poteva proporre, la sua stessa esistenza diventa la parabola di quel grande continente che tutto promette ma niente realizza. La fine del mondo della frontiera, in cui la modernità si sostituisce a quelle terre selvagge in cui la natura era capace di prendere il sopravvento su tutto. 

Nei lunghi periodi di assenza dalla propria famiglia, Grainier entra in contatto con il magico mondo dei boscaioli di cui ne diverrà un membro a tutti gli effetti. Uomini che pongono la propria vita nelle mani delle stesse querce che spezzano, nonostante siano ben consapevoli che tutto ciò gli verrà poi riproposto dalla stessa legge della foresta. Così Grainier comincia a pensare che tutto ciò gli verrà prima o poi tolto dalla stessa malignità della natura, che la sua famiglia, costruita con amore e sacrificio, cadrà per le sue stesse colpe. Come loro sradicano l’ecosistema di un’America ancora legata alla sua naturalezza, così la sua vita diverrà un calvario per ciò che ha commesso, ritirandosi a vita privata fino alla sua morte. Un treno immaginifico pronto a deragliare. 

Nonostante lo stesso film sia fortemente debitore della novella di Johnson, Bentley costruisce la sua opera come un’esperienza prettamente visiva ma soprattutto sensoriale. I pensieri di Grainier non vengono esposti unicamente attraverso le sue parole e riflessioni, ma sono lasciati principalmente ad una voce narrante che ne cadenza l’esistenza, ed in questo la musica di Bryce Dessner ne diventa uno dei fattori ancor più determinanti. Dessner, la cui carriera viene quasi sempre ed erroneamente associata unicamente al suo ruolo con i The National così come alla produzione di alcune grandi superstar, uno tra tutte Taylor Swift, negli ultimi anni ha composto alcune delle colonne sonore più interessanti del panorama contemporaneo. 

Da C’mon C’mon a Sing Sing, Dessner ha fatto della sua forma compositiva l’essenza stessa della delicatezza, in cui semplici ripetizioni modali si risolvono nello scorrere vitale dei suoi stessi protagonisti. Elemento che non poteva che essere protagonista in un’opera così complessa come Train Dreams. Lontana dal mondo industrializzato, la musica costruisce uno spazio intimo e privato, fatto di arpeggi ciclici, silenzi e di un soundscape naturalistico che dialoga con il lavoro, la foresta e il tempo che passa. È una ballata discreta, quasi primitiva, che racconta un’esistenza a contatto con la natura e il progressivo contrasto tra l’uomo e il mondo che lo circonda. Una ballata in cui la musica diventa il luogo in cui l’America si ascolta mentre cambia, e forse mentre scompare per sempre. 

L’apporto di Dessner è stato fondamentale fin dal principio della trasposizione cinematografica. Infatti, come raccontato dallo stesso regista: “Bryce è un compositore davvero brillante, la sua formazione classica combinata con una sensibilità compositiva figlia dei tempi, rappresentava l’elemento perfetto affinché la colonna sonora potesse rappresentare quella giusta contrapposizione di un’epopea di uomo moderno che sfida la contemporaneità”. Dessner da amante del racconto di Johnson, ha immaginato da subito che la musica dovesse sposarsi incondizionatamente con la lettura del paesaggio americano così da diventarne il pittore perfetto. Lo stesso compositore, che non a caso tende a definirsi un paesaggista, voleva raccogliere nei vari temi di Train Dreams la poesia di quella luce costante che aleggia nella brughiera, nei silenzi di Robert Grainier, nella sua costante ricerca dell’essenza stessa della vita. Nel rapporto costante tra vita e morte. 

Il mio approccio è stato quasi antropologico più che musicale. Studiare la musica degli inizi del XX secolo, scoprine la strumentazione, è stato fondamentale anche per la stessa registrazione orchestrale. Comprendere la timbrica, affinarne la strutturazione, era necessario per renderlo il più organico possibile. Ma c’è anche una sorta di epica nella cinematografia di questo film e nel senso della natura. Volevo esplorare tutti quei suoni e la poesia del cinema.  È un film che vive nello scorrere delle stagioni, quindi solo il movimento della foresta e il senso della terra erano davvero importanti per me nella musica”. Temi come The Great Mistery si sviluppano armonicamente come un flusso continuo di emozioni. È come se la vita di Robert Grainier scorresse in un ciclico timelapse infinito in cui tutto è ignoto e la bellezza della vita stesa è qualcosa che si può solo riuscire a percepire e mai toccare.

In questo senso, Train Dreams sembra chiedere al compositore di considerare musicale anche ciò che normalmente sarebbe al di fuori dallo spartito. Per Dessner, Il treno, la natura, i rumori circostanti diventano informazioni melodiche, ritmiche e timbriche che non potrebbero esistere senza il mastodontico lavoro esperienziale del sound designer, Lee Salevan. La sua bussola, così, non è più da ritrovare nella grammatica classica della composizione di musica da film, ma nell’essenza mistica della sua narrazione. Dessner, citando Ligeti, compositore sperimentale la cui forma sonora riusciva quasi ad entrare in contatto con il divino,  immagina una forma quasi liturgica: una linea discendente che regge il dolore, con un’eco che lui stesso avvicina a un’ombra da Requiem mozartiano.

Ciò che rende la colonna sonora di Train Dreams così fortemente radicata all’esperienza emotiva del suo stesso film non risiede unicamente nel lavoro musicale e sonoro di Dessner, ma soprattutto nel fine letterario che l’opera vuole mostrare, affidandosi incondizionatamente alla prosa di uno dei maggiori rappresentanti della poetica contemporanea, Nick Cave. Catturando le sensazioni primordiali, scaturite dalla visione del film, Cave concepisce la sua omonima canzone originale, come un’elegia dell’opera stessa. Oggi immagine, ogni figura allegorica, non sono nient’altro che il riassunto intimo di una vita in perenne evoluzione.

Il cantautore australiano non poteva che essere l’autore perfetto per mostrare la radice vitale del film, non solo per la conoscenza intrinseca dell’opera originale ma soprattutto per aver vissuto sulla propria la pelle la scomparsa dei suoi due figli in cui, come dice lo stesso cantautore l’ordine delle cose si frantuma completamente.
Train Dreams è un film che si ribella alle convenzioni cinematografiche contemporanee mostrando una storia ordinaria che si compie nella sua straordinarietà. Robert Grainier è l’archetipo inverso del sogno americano, colui che ne mostra la vera essenza, volando oltre le nuvole sentendosi per la prima volta in piena connessione con il tutto.

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