"La migliore dell'anno": ambizioni e crimine, nella serie norvegese Netflix approvata da Ricky Gervais
Gangs of Oslo, la miniserie norvegese Netflix in 6 episodi che ha conquistato Ricky Gervais. Crime drama autentico su gang, amicizia e identità. Scopri perché è diversa.
Mentre gli appassionati di crime drama stavano ancora metabolizzando il finale di Top Boy, Netflix ha sganciato una bomba silenziosa dal Nord Europa. Gangs of Oslo, miniserie norvegese in sei episodi, sta conquistando il pubblico internazionale con un approccio al genere gangster che sfida ogni stereotipo. E quando persino Ricky Gervais prende la tastiera per definirla "la serie preferita dell'anno", paragonandola a colossi come Gomorrah, 4 Blocks e addirittura The Wire, qualcosa di speciale deve esserci davvero.
La serie, il cui titolo originale è Blodsbrødre (Fratelli di sangue), ruota attorno a Moaz Ibrahim, un giovane poliziotto interpretato da Emir Zamwa, costretto a vivere una doppia vita quando un'indagine lo riporta faccia a faccia con il suo migliore amico d'infanzia, diventato nel frattempo uno spietato boss criminale. Non è la solita storia del poliziotto infiltrato: qui il passato criminale non è una copertura, è una cicatrice mai rimarginata, un'identità sepolta che riemerge per mettere in discussione tutto.
Ole Endresen, creatore e regista della serie, ha alle spalle l'esperienza di Lilyhammer, altro successo Netflix ambientato in Scandinavia. Ma per Gangs of Oslo ha voluto andare più in profondità, letteralmente. Ha trascorso anni a ricercare, leggere articoli di cronaca nera, libri sul crimine organizzato norvegese, intervistare persone legate al sottobosco criminale di Oslo. L'obiettivo era ambizioso: raccontare le gang andando oltre l'immagine stereotipata degli scontri a fuoco e della violenza fine a se stessa.
"La mia ambizione era raccontare una storia del crimine suburbano che superasse l'immagine stereotipata delle gang che si sparano a vicenda", ha spiegato Endresen. "Volevo mostrare che anche i membri delle gang sognano una vita tradizionale sicura, con famiglie e una casa con giardino sul retro". È proprio questa vulnerabilità a rendere la serie diversa: i personaggi non sono macchiette violente, ma esseri umani intrappolati in scelte sbagliate, divisi tra ambizioni legittime e lealtà criminali.
La serie affronta direttamente il reclutamento di ragazzini da parte delle organizzazioni criminali, un problema che Endresen ritiene i politici stiano clamorosamente ignorando. "Spero che i genitori si prenderanno maggiormente cura dei loro cari dopo averla vista", ha dichiarato il regista, lasciando intendere che Gangs of Oslo vuole essere anche un campanello d'allarme sociale, non solo intrattenimento.
L'autenticità si respira in ogni frame. L'ambientazione nei sobborghi di Oslo, lontana dalle cartoline turistiche dei fiordi norvegesi, mostra una realtà urbana multietnica e complessa. La fotografia è cruda, quasi documentaristica, ma non rinuncia a momenti di poetica malinconia. Le interpretazioni, guidate da un cast di giovani talenti norvegesi, sono state definite "perfette" da Gervais stesso, che ha speso parole al miele per scrittura e regia.
Gangs of Oslo usa Oslo e le sue gang per parlare di esclusione sociale, identità spezzate, seconde generazioni di immigrati sospese tra culture. È crime drama, certo, ma è anche ritratto sociologico di un'Europa che spesso preferiamo non guardare. Una storia compatta, intensa, che sa quando iniziare e quando finire. Per chi cerca qualcosa che vada oltre l'adrenalina e lo spettacolo, che abbia il coraggio di essere riflessiva senza perdere ritmo, Gangs of Oslo potrebbe essere la scoperta dell'anno.