Lei sempre in ritardo, lui sempre in anticipo: la matematica dell'amore spiegata in una rom-com su Netflix
La commedia romantica con Haley Lu Richardson e Ben Hardy. Analisi del film tratto dal romanzo di Jennifer E. Smith.
Netflix continua la sua produzione instancabile di commedie romantiche, e questa volta lo fa attingendo dalla narrativa young adult con Love at First Sight - La probabilità statistica dell'amore a prima vista, adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Jennifer E. Smith. Il titolo originale del libro tradisce già l'intenzione: mescolare romanticismo e probabilità, cuore e calcoli, caso e destino. Ma il film di Vanessa Caswill riesce nell'impresa di far convivere questi opposti La storia è semplice, quasi disarmante nella sua linearità. Hadley Sullivan, interpretata da Haley Lu Richardson, è un'americana diretta a Londra per il secondo matrimonio del padre, evento a cui partecipa con tutto l'entusiasmo di chi va dal dentista. Oliver, un matematico britannico con il volto di Ben Hardy, sta tornando a casa per un obbligo familiare non meglio specificato. I due si incontrano in aeroporto dopo che Hadley, perennemente in ritardo, perde il suo volo. Da quel momento, per le successive 91 minuti, assistiamo alla danza dell'attrazione, quella chimica indefinibile che il cinema romantico cerca di catturare da sempre.
Ma Richardson e Hardy riempiono questi contenitori con una chimica palpabile e interpretazioni che aggiungono strati di complessità dove la sceneggiatura non arriva sempre. Richardson porta a Hadley una vulnerabilità mascherata da eccentricità, rendendo il suo personaggio più che una semplice "ragazza caotica". C'è dolore vero dietro la sua riluttanza ad andare al matrimonio del padre, un senso di abbandono che non viene mai gridato ma sussurrato attraverso sguardi e pause. Hardy, dal canto suo, trasforma Oliver da potenziale stereotipo del "secchione affascinante" in qualcuno di genuinamente tenero, con una profondità emotiva che si intuisce più che vedersi esplicitamente. Il film poggia interamente sulla nostra disponibilità a credere che questi due siano destinati a stare insieme. Ed è qui che Love at First Sight funziona meglio: non c'è un momento in cui dubitiamo di questa predestinazione. La loro conversazione scorre naturale, i silenzi non sono imbarazzanti, gli sguardi dicono più delle parole.
Il loro dialogo è costruito su quella particolare forma di banter che caratterizza le migliori commedie romantiche, dove le battute non sono solo spiritose ma rivelano carattere. Tuttavia, c'è la sensazione persistente che la storia avrebbe potuto scavare più a fondo. Con una durata di 91 minuti per una trama così snella, il film si sente paradossalmente stiracchiato. Ci sono momenti in cui la narrazione rallenta senza necessità, scene che potrebbero essere più serrate. Conoscendo l'esistenza del romanzo originale, viene spontaneo chiedersi quali sfumature siano andate perse nella trasposizione, quali complessità dei personaggi siano state sacrificate sull'altare della brevità cinematografica. Ciò che il film fa bene è ricordarci perché le commedie romantiche esistono ancora, perché continuiamo a cercarne di nuove nonostante le formule ripetute. In un mondo cinico, c'è qualcosa di coraggioso nel fare un film che crede genuinamente nell'amore a prima vista, nel destino, nelle coincidenze significative. Non è ingenuità, è una scelta consapevole di tenerezza. E la tenerezza, quando è ben fatta, è tutt'altro che banale. Se sei fan delle rom-com, non puoi perdere questa storia di nostalgia e crescita su Prime Video.