FILM

Mark Wahlberg e un orso irriverente: Il film di MacFarlane su Prime Video che fece impazzire l'America

Da orsacchiotto magico a icona volgare. L'analisi del film di Seth MacFarlane che ha incassato 549 milioni di dollari nel mondo.

Condividi

C'è qualcosa di profondamente disturbante, eppure irresistibile, nell'idea di un orsacchiotto che parla. Non uno qualsiasi: un peluche che beve birra, fuma marijuana, dice parolacce come un camionista e sabota attivamente la vita sentimentale del suo migliore amico umano. Ted, il film del 2012 diretto da Seth MacFarlane, disponibile su Prime Video, ha trasformato questa premessa assurda in un fenomeno culturale da 549 milioni di dollari al botteghino mondiale. Ma come ci siamo arrivati? E soprattutto: cosa rende questo orso così maledettamente affascinante dopo oltre un decennio? La storia parte dal Natale del 1985, a Boston. John Bennett è un bambino di otto anni che non ha amici. I genitori, preoccupati, gli regalano un orsacchiotto di peluche. Quella notte, il piccolo John esprime un desiderio: che Ted prenda vita e resti con lui per sempre. E il miracolo si avvera. L'orsetto inizia a muoversi, a parlare, a respirare. La notizia dell'orsacchiotto vivente diventa una sensazione mediatica internazionale. Ted finisce nei talk show, sulla copertina dei giornali, nel cuore dell'immaginario collettivo americano.

Ma poi il tempo passa. E qui sta il genio tragicomico di MacFarlane: Ted invecchia. Non fisicamente, certo, ma psicologicamente. La celebrità sfuma, l'attenzione del mondo si sposta altrove, e quello che resta è un orsetto di trent'anni che vive come un eterno adolescente: lavora in un supermercato, fuma erba, guarda ripetizioni di Flash Gordon con il suo idolo Sam J. Jones, e si comporta come il peggior coinquilino possibile. Ventisette anni dopo quel Natale magico, John è interpretato da Mark Wahlberg, all'epoca della carriera in cui poteva permettersi di fare praticamente qualsiasi cosa. Vive ancora con Ted nell'appartamento della fidanzata Lori Collins, una Mila Kunis che incarna la pazienza femminile portata all'estremo. Il problema? Ted è diventato tossico. Non in senso metaforico: proprio letteralmente un'influenza negativa che impedisce a John di crescere, di maturare, di diventare un adulto funzionale.

La dinamica è tragicomica perché tutti noi conosciamo quel tipo di amicizia. Quella persona con cui hai condiviso tutto da ragazzino, ma che a trent'anni ancora vive come se il mondo dovesse adattarsi ai suoi capricci adolescenziali. Solo che in questo caso, quella persona è un orsacchiotto alto sessanta centimetri con la voce di Seth MacFarlane che fa battute su prostitute e cocaina. Il cast è una combinazione perfetta di serietà e autoironia. Wahlberg, che veniva da film d'azione e drammi impegnati, si butta anima e corpo in questa commedia demenziale, recitando contro un pupazzo digitale con una convinzione che rende tutto credibile. Giovanni Ribisi interpreta Donny, lo stalker inquietante ossessionato da Ted fin da quando era bambino, un personaggio che aggiunge una nota disturbante sotto la superficie comica. Joel McHale è Rex, il capo stronzo di Lori che rappresenta tutto ciò che John dovrebbe diventare ma non riesce a essere.

E poi c'è la regia. Seth MacFarlane, al suo debutto cinematografico, porta sullo schermo la stessa sensibilità irriverente di I Griffin, ma con un cuore nascosto sotto strati di volgarità. Perché Ted, sotto la superficie di battute sconce e situazioni assurde, è una storia sull'amicizia, sul crescere, sul dolore di lasciare andare le cose dell'infanzia per diventare adulti. È Peter Pan riscritto come una commedia stoner rated R. La colonna sonora gioca pesantemente sulla nostalgia anni Ottanta, con riferimenti continui a Flash Gordon e alla cultura pop di quel decennio. Patrick Stewart presta la sua voce imperiosa da narratore, aggiungendo un tocco di classe british a una storia profondamente americana e proletaria. C'è persino un cameo di Sam J. Jones in persona, che interpreta una versione romanzata di se stesso.

Alla fine, Ted funziona perché è onesto nella sua assurdità. Non cerca di giustificare la sua premessa ridicola con spiegazioni pseudo-scientifiche o moralismi forzati. È un orsacchiotto che parla perché un bambino lo ha desiderato abbastanza forte, punto. E quella semplice magia natalizia diventa il contenitore per una riflessione più profonda su cosa significhi davvero crescere, su quali pezzi di noi stessi dobbiamo lasciare andare e quali possiamo portare con noi nell'età adulta. MacFarlane ha creato un anti-eroe improbabile: un peluche che rappresenta contemporaneamente l'innocenza dell'infanzia e la corruzione dell'età adulta. Ted è il nostro bambino interiore se quel bambino non avesse mai imparato i filtri sociali, la responsabilità, il compromesso. È ogni nostra peggiore abitudine amplificata e personificata in un batuffolo di pelo sintetico con gli occhi a bottone.

Continua a leggere su BadTaste