Meryl Streep in un accattivante esperimento di improvvisazione, nel film di Soderbergh su Netflix
Analisi di Let Them All Talk: Meryl Streep, Candice Bergen e Dianne Wiest in un film di Soderbergh girato sulla Queen Mary 2 con dialoghi improvvisati.
C'è qualcosa di magnetico nell'idea di tre donne settantenni che salgono a bordo della Queen Mary 2 per attraversare l'Atlantico. Non è solo il lusso sfavillante della nave da crociera più iconica al mondo, né la prospettiva di vedere Meryl Streep, Candice Bergen e Dianne Wiest condividere lo schermo. È che Steven Soderbergh, quel mago del cinema che ha fatto dei colpi impossibili la sua firma, ha deciso di giocare d'azzardo ancora una volta. E questa volta la scommessa era davvero alta: girare un film durante una vera crociera di due settimane, con dialoghi quasi interamente improvvisati, affidandosi al talento puro di tre leggende viventi.
Let Them All Talk - Lasciali parlare, disponibile su Netflix, è molto più di un semplice film. È un esperimento cinematografico che si traveste da commedia intimista, un'operazione sotto copertura dove il pubblico diventa complice involontario di un furto emotivo. Perché sì, assistere a questa storia ha il sapore proibito di spiare attraverso una serratura conversazioni che non ci appartengono, segreti sepolti da decenni che riemergono tra un cocktail e una cena formale.
Alice, interpretata da una Meryl Streep insolitamente sfuggente e algida, è una scrittrice affermata invitata a ritirare un prestigioso premio letterario nel Regno Unito. Rifiutandosi categoricamente di volare, accetta di attraversare l'oceano via mare. E in un colpo di genio, o forse di cinismo calcolato, decide di portare con sé due vecchie amiche che non vede da tre decenni: Roberta e Susan. La sceneggiatura porta la firma di Deborah Eisenberg, scrittrice abituata a collezionare premi letterari come souvenir, e si sente. Ogni battuta nasconde strati di non detto, ogni pausa racconta più di mille parole.
Ma perché Alice le ha invitate proprio adesso, dopo tutto questo tempo? È affetto ritrovato o c'è dell'altro? Le due amiche non hanno risposte, solo domande che si moltiplicano a ogni tramonto sull'oceano. Con loro c'è anche Tyler, il nipote giovane e ingenuo di Alice, interpretato da Lucas Hedges con quella sua capacità unica di sembrare sempre sul punto di capire qualcosa di fondamentale sulla vita. Tyler è l'occhio innocente attraverso cui osserviamo questo microcosmo di rancori, incomprensioni e affetti malriposti.
La dinamica si complica rapidamente quando Alice annuncia che parteciperà solo alle cene, relegandosi per il resto della giornata nella sua cabina a lavorare al nuovo manoscritto. Una scusa perfetta per mantenere le distanze, per controllare l'esperienza senza davvero viverla. Nel frattempo, trasforma Tyler in una sorta di doppio agente: da un lato deve tenerla informata su cosa fanno e dicono le sue amiche, dall'altro è stato segretamente reclutato dall'agente di Alice, Karen (una Gemma Chan perfettamente calibrata), per estorcere informazioni sul romanzo in lavorazione.
Il vero cuore pulsante della storia, però, batte tra Alice e Roberta. Candice Bergen costruisce un personaggio di straordinaria complessità: una donna che si è convinta che la sua vita sia stata rovinata dal romanzo più famoso di Alice, persuasa di essere stata usata come materiale narrativo senza consenso né riconoscimento. Roberta è la meno fortunata del trio dal punto di vista economico, si guadagna a stento da vivere vendendo lingerie, e porta addosso il peso di un'esistenza che sente non sua, dettata dalle parole di qualcun altro. Bergen la interpreta con una freddezza educata che taglia come una lama, ogni sorriso è una maschera appena sufficiente a nascondere il risentimento. Vuole un confronto, vuole che Alice ammetta la verità, ma Alice sembra genuinamente all'oscuro del dolore che ha causato.
Soderbergh orchestra tutto questo con la leggerezza di un direttore d'orchestra che conosce quando lasciare spazio all'improvvisazione. La scelta di girare durante una vera traversata sulla Queen Mary 2, utilizzando presumibilmente il suo amato iPhone come camera (una scelta stilistica che ormai è diventata una sua peculiarità), conferisce al film una texture documentaristica che stride meravigliosamente con la natura costruita della fiction. I dialoghi improvvisati scorrono con una naturalezza disarmante. Queste sono attrici che non hanno bisogno di indicazioni precise: conoscono i loro personaggi dall'interno, li abitano.
Il finale arriva inaspettato, quasi brusco, ma non sembra un tradimento. Piuttosto, è coerente con la filosofia del film: la vita non offre risoluzioni pulite, le amicizie non seguono archi narrativi prevedibili. Soderbergh pianta deliberatamente ostacoli nella sua stessa storia, riconoscendo che l'incertezza e il caso governano le nostre esistenze tanto quanto le nostre scelte consapevoli. Le amicizie si deteriorano, si riaccendono, si spengono di nuovo. Niente è garantito, nemmeno dopo aver attraversato un oceano insieme.