Netflix-Warner Bros, non c'è pace: la permanenza dei film in sala diventa un caso, i possibili scenari tra aspettativa e polemiche
Netflix sembrerebbe essere destinata ad acquisire gli Studios della Warner Bros. La compravendita divide il mondo della settima arte: al centro del dibattito c'è la permanenza dei film al cinema, periodo che potrebbe accorciarsi ulteriormente.
James Cameron l'aveva detto che non sarebbe finita tanto facilmente e così è stato. Il regista di Avatar è un riferimento nell'arte cinematografica, non al punto da anticipare il prossimo futuro. Ci è riuscito, per quanto riguarda la compravendita tra Netflix e Warner Bros, soltanto perché per molti c'è qualcosa che non torna. Dal punto di vista economico coincide tutto: c'è l'accordo, gli asset WBD passeranno a Sarandos e Peters con buona parte degli Studios e il catalogo titoli, ma non possono esistere soltanto i soldi.
Almeno questo pensano molti registi e produttori americani che, guardando al prossimo futuro, ovvero tra 12 e 18 mesi, non riescono a immaginare la settima arte senza cinema. Secondo molti, compresi alcuni "giganti" della regia con Cameron capofila, i cinema spariranno a tempo di record perchè l'azienda di Los Gatos farà di tutto per favorire le proiezioni in streaming.Netflix e Warner Bros, oltre un semplice accordo
Dal quartier generale di Netflix hanno assicurato che l'avvenire delle strutture cinematografiche non sarà un problema, ma diversi addetti ai lavori non credono a questo tipo di rassicurazioni. Parole considerate, non proprio da semplici detrattori ma da riferimenti del settore cinematografico, un fuoco di paglia. Lo scetticismo generale deriva dalla volontà di Netflix, questo trapela secondo le recenti indiscrezioni, di ridurre ulteriormente il periodo di permanenza di un titolo al cinema. Attualmente un'opera cinematografica permane in sala circa 45 giorni. Dipende tutto dal gradimento e dalle presenze proiezione dopo proiezione.
Nello specifico Sarandos e Peters hanno lasciato intendere con parole piuttosto nette che il futuro per i film al cinema fosse segnato: "I film in sala sono morti, ormai". Parole dure che hanno aperto il dibattito prima che l'ufficialità della compravendita con WBD venisse data. Dopo l'accordo raggiunto, i vertici dell'azienda di Los Gatos hanno corretto il tiro.
La rabbia di produttori e registi
Non vuol dire, però, cambiare necessariamente rotta. L'ipotesi – sempre più probabile – è che la finestra dei film in sala si riduca a 17 giorni. Un'eventualità che sta facendo indispettire moltissimi esercenti e non solo. Il cinema (inteso come struttura) è una fonte di sostentamento per molti: addetti ai lavori e famiglie che sperano di aver a che fare soltanto con l'ennesima voce di corridoio.
I grandi circuiti, come AMC, sono fermamente contrari a una forbice così ristretta di permanenza al cinema: 17 giorni per una singola opera continua a essere ritenuto un azzardo, ma vincono gli incassi. Basta guardare i 30 milioni di dollari guadagnati in un solo colpo grazie alla proiezione "one shot" del finale di Stranger Things. Arrivato al cinema, in una sorta di anteprima che ha causato una corsa al posto più ambito per vederlo in anticipo, con la certezza di metterlo poco dopo in streaming così da guadagnare due volte in termini di incasso e pubblicità.
17 giorni
Un ragionamento che stride con le necessità di una comunità che vede nel cinema ancora una forma di impiego e sostegno collettiva, quindi la diatriba continuerà da più parti. A cominciare dai produttori che pretenderanno finestre differenti con il sostegno dei registi. Si parla addirittura di alcuni nomi di un certo peso, come Sean Baker, pronti a chiedere spazi di proiezione in sala di 100 giorni. Se si tratta di semplici provocazioni oppure no, lo dirà il tempo. Quel che è certo, al momento, è che 17 giorni sono un numero che non convince quasi nessuno. Il cinema resta un'arte condivisa: se ci sono i mezzi, ma mancano le persone, alimentare un sistema – già in condizioni precarie – diventa complicato.