Pierfrancesco Favino diventa Craxi: la trasformazione che ha conquistato la critica è su RaiPlay
Analisi del film di Amelio sugli ultimi mesi di Craxi. La straordinaria interpretazione di Favino, trama, cast e dove vederlo in streaming.
Ci sono nomi che, pronunciati ad alta voce, scoperchiano cassetti polverosi della memoria collettiva. Bettino Craxi è uno di questi. Leader indiscusso degli anni Ottanta, protagonista assoluto della scena politica italiana, travolto dall'inchiesta Mani pulite e poi inghiottito da un esilio dorato nella cittadina tunisina di Hammamet. Vent'anni dopo la sua morte, quel nome continua a suscitare reazioni viscerali: ammirazione, disgusto, nostalgia, rabbia. Ma soprattutto silenzio. Un silenzio assordante, come se rimuovere quella figura significasse cancellare anche le nostre responsabilità, le nostre contraddizioni, la nostra Storia. Gianni Amelio, regista capace di scavare nelle pieghe più scomode dell'anima italiana, ha scelto di rompere questo silenzio con "Hammamet", film del 2020 disponibile su RaiPlay che non è né una cronaca asettica né un pamphlet di parte. È un racconto umano, intimo, quasi claustrofobico, che si concentra sugli ultimi sei mesi di vita di Craxi, trascorsi lontano dall'Italia, nella villa tunisina dove si era rifugiato nel 1994 per sfuggire ai processi e alle condanne.
Dal punto di vista visivo, Amelio costruisce una messa in scena austera, quasi teatrale. La villa di Hammamet diventa una prigione dorata, un limbo in cui Craxi aspetta una morte che sa inevitabile. Le luci sono spesso livide, i colori desaturati, come se anche la fotografia volesse sottolineare la dimensione di sospensione esistenziale. Le riprese utilizzano materiali d'archivio, interviste reali, spezzoni di telegiornali che ci riportano all'Italia dei primi anni Novanta, quella delle monetine lanciate all'Hotel Raphaël, delle urla di piazza, della fine della Prima Repubblica. "Hammamet" dura 126 minuti e richiede una certa pazienza allo spettatore. Non è un film d'azione, non offre risposte facili, non assolve né condanna. È un'opera riflessiva, che pone domande scomode: come giudichiamo un uomo che ha incarnato il potere e la corruzione, ma anche la modernizzazione e l'apertura internazionale del Paese? Come affrontiamo la nostra Storia recente, quella che ancora brucia, quella che preferiremmo dimenticare?
La critica ha accolto "Hammamet" con rispetto, riconoscendo il coraggio di affrontare un tema ancora divisivo e lodando la prova di Favino. Il pubblico si è dimostrato più tiepido, forse perché il film non offre lo spettacolo a cui siamo abituati, forse perché quella figura ci imbarazza ancora. Ma è proprio questo il valore dell'opera di Amelio: costringerci a guardare ciò che vorremmo rimuovere, a fare i conti con un passato che non passa. Basato su testimonianze reali e ricostruzioni accurate, "Hammamet" si muove sul filo sottile tra documentario e fiction, tra verità storica e libertà narrativa. Non vuole darci una lezione di Storia, ma provocare una riflessione sul potere, sulla caduta, sull'esilio interiore ed esteriore. E su quell'Italia degli anni Ottanta e Novanta, così vicina eppure così distante, che abbiamo sepolto sotto strati di rimozione collettiva ma che continua a influenzare il nostro presente.