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Questo adattamento su Netflix di un romanzo horror ne reinventa la struttura narrativa (e funziona)

Scopri perché questo film su Netflix supera il libro di Adam Nevill. Analisi approfondita delle differenze tra film e romanzo horror, dal Jötunn ai cultisti.

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Non capita spesso che un adattamento cinematografico superi il materiale originale da cui è tratto. Eppure The Ritual - il rituale, il film horror britannico su Netflix diretto da David Bruckner e scritto da Joe Barton, rappresenta uno di quei rari casi in cui le modifiche apportate alla fonte letteraria non solo sono giustificate, ma risultano decisive per creare un'esperienza più coinvolgente e terrificante. Il romanzo di Adam Nevill, pubblicato nel 2011, aveva tutte le carte in regola per diventare un classico dell'horror contemporaneo. La storia segue quattro amici che, durante un'escursione nei boschi scandinavi lungo il Kungsleden, decidono di prendere una scorciatoia attraverso la foresta. Quello che doveva essere un viaggio di riconciliazione e memoria per onorare il loro amico Rob, tragicamente ucciso sei mesi prima, si trasforma in un incubo primordiale quando si imbattono in una presenza antica che abita quegli alberi da tempo immemorabile.

La premessa è solida, ma è nell'esecuzione che il film riesce a distaccarsi e a elevare la narrazione. Quando Netflix ha rilasciato The Ritual nel 2018, critici e pubblico hanno immediatamente riconosciuto la capacità del film di creare un'atmosfera opprimente e claustrofobica. La cinematografia gioca un ruolo fondamentale: le inquadrature dei boschi scandinavi trasmettono un senso di vastità ostile, mentre la colonna sonora amplifica ogni momento di tensione con una precisione chirurgica. Questi elementi, naturalmente assenti in un testo scritto, danno al film un vantaggio immediato nel veicolare il terrore. Ma non è solo una questione di linguaggi diversi. Le scelte narrative operano una differenza sostanziale. Nella prima metà, sia il libro che il film seguono sostanzialmente la stessa traccia. I quattro protagonisti - Phil, Dom, Hutch e Luke - sono personaggi credibili, con dinamiche di gruppo che risuonano autentiche.

Nel film, però, questi personaggi risultano ancora più sfaccettati e relazionabili. Le loro interazioni sono costruite con dialoghi serrati che rivelano tensioni latenti, sensi di colpa non elaborati e la fragilità di amicizie messe alla prova dal trauma e dal tempo. Luke, interpretato da Rafe Spall, emerge come figura centrale non solo per sopravvivenza fisica, ma per un percorso psicologico che il film esplora con maggiore profondità rispetto al romanzo. Il senso di colpa che porta con sé - legato alla morte di Rob, avvenuta durante una rapina in un negozio mentre lui si nascondeva - diventa il motore emotivo della storia, una ferita aperta che il Jötunn, la creatura mitologica norrena, sfrutta per tormentarlo. Ed è proprio il Jötunn a rappresentare uno dei punti di forza del film. Questa entità antica, metà cervo e metà umanoide, è una presenza visivamente disturbante che attinge alla mitologia norrena con efficacia.

Il design della creatura, rivelato gradualmente attraverso inquadrature parziali e ombre minacciose, costruisce la paura in modo progressivo. Nel libro, la descrizione del mostro lascia spazio all'immaginazione, ma talvolta risulta confusa o eccessivamente barocca nelle sue manifestazioni oniriche. Dove il divario tra libro e film si fa più evidente è nella seconda metà della storia. Nel film, dopo che il gruppo è stato decimato, Luke e Dom vengono catturati da una comunità isolata di adoratori del Jötunn, una setta che sacrifica vittime alla creatura in cambio di vita eterna. Questi cultisti, silenti e inquietanti, mantengono il tono cupo e oppressivo della narrazione. La sequenza in cui Dom viene torturato e poi sacrificato raggiunge picchi di tensione quasi insostenibili, preparando il terreno per il climax finale in cui Luke deve confrontarsi non solo con il mostro, ma con i propri demoni interiori.

Il finale del film è nettamente più soddisfacente. Luke riesce a fuggire dalla comunità di cultisti e, in una sequenza finale carica di simbolismo, affronta il Jötunn in uno scontro che è tanto fisico quanto psicologico. Rifiutando di inginocchiarsi davanti alla creatura - un gesto che rappresenta la sua liberazione dal senso di colpa - Luke trova la forza di scappare e raggiungere finalmente una strada che lo riporta alla civiltà. È un finale aperto ma catartico, che lascia lo spettatore esausto ma appagato. C'è poi una questione di ritmo. Il film riesce a mantenere una tensione costante dall'inizio alla fine, dosando rivelazioni e momenti di quiete con maestria. Il libro, invece, soffre di un pacing irregolare, specialmente nella seconda metà, dove la narrazione sembra perdere slancio proprio quando dovrebbe accelerare verso il climax.

Non si tratta di sminuire il lavoro di Adam Nevill, che ha creato una storia con potenziale e alcune idee genuinamente inquietanti. Ma l'adattamento cinematografico ha saputo identificare quali elementi funzionavano meglio e quali andavano ripensati o eliminati. David Bruckner e Joe Barton hanno operato quella che potremmo definire una traduzione creativa: non una copia fedele, ma una reinterpretazione che coglie l'essenza dell'originale e la potenzia attraverso gli strumenti del cinema. The Ritual rappresenta un esempio virtuoso di come realizzare un adattamento (simile a questo, da una storia di Stephen King). La fedeltà cieca al testo non è sempre una virtù, specialmente quando il cambio di medium offre opportunità narrative che sarebbe un peccato non sfruttare. In questo caso, le scelte coraggiose dei filmmaker hanno prodotto un film horror che regge benissimo anche anni dopo la sua uscita, continuando a terrorizzare nuove generazioni di spettatori che si avventurano nei boschi maledetti della Scandinavia dal comfort del loro divano.

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