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Questo film su Netflix da una storia vera ti tiene incollato allo schermo (ma ti lascia l'amaro in bocca)

Questo film su Netflix è un thriller tecnicamente perfetto sulla crisi di Monaco 1972, ma rinuncia a prendere posizione sul significato profondo degli eventi narrati.

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C'è qualcosa di profondamente paradossale in September 5 - La diretta che cambiò la storia, il film di Tim Fehlbaum su Netflix che ricostruisce le drammatiche ore della crisi degli ostaggi alle Olimpiadi di Monaco del 1972. È un thriller tecnicamente ineccepibile, un'operazione di tensione narrativa che funziona su quasi tutti i livelli. Eppure, proprio quando dovrebbe mostrare il suo cuore, il film si ritrae, scegliendo un'apparente neutralità che suona più come un'assenza che come una scelta stilistica coraggiosa. La pellicola racconta la storia della squadra ABC che trasmise quegli eventi a oltre 900 milioni di spettatori in tutto il mondo, trasformando per sempre il modo in cui il giornalismo televisivo copre le crisi internazionali. Era la prima volta che una situazione di ostaggi veniva trasmessa in diretta mondiale, un momento che avrebbe ridefinito i confini tra informazione, spettacolo e responsabilità etica. Fehlbaum comprime tutto in 91 minuti serrati, seguendo la troupe dal momento in cui sentono i primi spari nel villaggio olimpico fino all'ultimo aggiornamento della giornata.

Dal punto di vista della costruzione, September 5 è una macchina quasi perfetta. Il regista tiene la macchina da presa in primi piani claustrofobici per gran parte della durata, trasformando la sala di controllo dell'ABC in una camera di pressione emotiva dove ogni decisione pesa come un macigno. La regia di Fehlbaum non perde mai un colpo, orchestrando il caos della diretta televisiva con una precisione quasi chirurgica. È facile farsi trascinare dall'urgenza di quelle ore, dal ritmo incalzante delle scelte che devono essere prese in tempo reale, dalla tensione che sale mentre il mondo intero guarda. Il cast contribuisce in modo significativo a questa tensione. Peter Sarsgaard, John Magaro e Ben Chaplin interpretano alcune delle figure chiave della squadra, portando sfumature diverse al modo in cui ciascuno reagisce alla pressione della situazione. Ma è Leonie Benesch, nel ruolo di Marianne, l'unica tedesca presente nella sala di controllo americana, a offrire la performance più stratificata.

Il film ha il sapore dei migliori thriller procedurali, quelli che ti fanno entrare dentro i meccanismi di un mestiere o di una situazione d'emergenza. Ricorda i vecchi film televisivi americani, quelli di un'epoca in cui il formato TV non era ancora sinonimo di bassa qualità. C'è un piacere quasi artigianale nel vedere come funzionava la televisione in diretta nei primi anni Settanta, con tutta la sua precarietà tecnologica e le sue improvvisazioni necessarie. Eppure, proprio mentre ti lasci coinvolgere da questo meccanismo narrativo ben oliato, qualcosa continua a mancare. September 5 cerca di mantenere una postura apolitica rispetto agli eventi che racconta, come se fosse possibile narrare una crisi del genere senza prendere posizione. Ma l'apoliticità è essa stessa una posizione politica, spesso la più comoda. Il film presenta un conflitto multidimensionale in modo stranamente monodimensionale, privando la crisi di ostaggi di qualsiasi contesto che possa tradire un'ideologia, un punto di vista, una lettura della storia.

Forse è proprio questo il punto che Fehlbaum vuole fare: mostrare come la televisione abbia trasformato la tragedia in immagini, privilegiando lo spettacolo sulla sostanza. Ma se questa è l'intenzione, il film non riesce a svilupparla con abbastanza forza critica. Si concentra sulle questioni etiche del giornalismo televisivo, su cosa può o non può essere mostrato in diretta, su dove finisce l'informazione e comincia l'exploitation. Sono domande legittime, ma che oggi suonano datate. In un'epoca in cui video di violenza esplicita sono a portata di click, in cui i teenager giocano regolarmente a videogiochi che simulano conflitti reali in modi spesso problematici, interrogarsi sui limiti della rappresentazione televisiva del 1972 sembra un esercizio quasi nostalgico. Il modo in cui consumiamo le notizie e la violenza è cambiato radicalmente da allora. Quella trasmissione ABC fu certamente un punto di svolta, ma il film non riesce a dirci nulla di nuovo su quel momento o sulle sue conseguenze.

La questione diventa ancora più spinosa se si considera il contesto attuale. È impossibile guardare un film sulla crisi di Monaco senza pensare agli eventi contemporanei in Medio Oriente, ai fili diretti che collegano quella storia a questa. Ma September 5 sembra voler esistere in una bolla, immune dalle contaminazioni del presente. Vuole raccontare una storia "universale" sul giornalismo, quando invece sta raccontando una storia molto specifica su un conflitto molto specifico. Questo approccio svuota il film di risonanza emotiva profonda. Vedere un gruppo di giornalisti sportivi reagire a una crisi internazionale ha un certo interesse professionale, ma non può competere con il peso delle persone realmente coinvolte in quella tragedia e in tutte quelle che l'hanno preceduta e seguita. Il film sceglie di rimanere dentro la sala di controllo, ma fuori da quella stanza c'erano vite, storie, traumi collettivi, un intreccio di violenza storica che non può essere ridotto a un dilemma da sala montaggio.

September 5 funziona come esercizio di stile, come dimostrazione di abilità tecnica e narrativa. Ma quando finisce, lascia una sensazione di vuoto, la frustrazione di aver visto un film che aveva tutti gli strumenti per dire qualcosa di importante e ha scelto di non farlo. È un thriller avvincente che ti tiene incollato allo schermo, ma che dimentica di darti una ragione per cui quelle immagini, quella storia, quelle scelte dovrebbero importarti davvero. E in un'epoca in cui il cinema rischia sempre più di diventare puro intrattenimento senza sostanza, questa rinuncia a prendere posizione, a scavare in profondità, a rischiare qualcosa sul piano del significato, sembra un'occasione persa. Una metafora fin troppo calzante dei nostri tempi: più preoccupati delle immagini sullo schermo che di ciò che quelle immagini dovrebbero rappresentare. Se sei fan dei prodotti sulle storie vere, non puoi perdere questa serie TV con Toni Collette.

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