Spazi liminali e paure infantili: se ti è piaciuto Backrooms, su Prime Video c'è un horror che non puoi perdere
Skinamarink è l'horror a basso budget che esplora spazi liminali e paure infantili. Scopri perché questo film da 15mila dollari è diventato un fenomeno di culto.
Se Backrooms ti ha lasciato addosso una spiacevole sensazione di disagio e ti ha regalato più di qualche notte insonne dal suo arrivo sul grande schermo, sappi che esiste un titolo che dovrebbe assolutamente finire nella tua lista. Stiamo parlando di Skinamarink, horror a basso budget che secondo molti appassionati del genere rappresenta uno degli esperimenti più inquietanti e destabilizzanti degli ultimi anni. Il film è disponibile su Prime Video per l'acquisto o il noleggio.
Questi spazi sono diventati la base dell'estetica horror degli ultimi anni. Il successo di Backrooms, film del giovane youtuber americano Kane Parsons, gioca infatti sulle emozioni che questi ambienti suscitano: paura, disorientamento, ansia e inquietudine. Un cinema sostanzialmente nato da un meme online che ha incassato più del Diavolo veste Prada 2, dimostrando come molti spettatori siano alla ricerca di storie capaci di trasmettere smarrimento, claustrofobia e paura dell'ignoto.
Diretto da Kyle Edward Ball nel 2022, Skinamarink condivide con Backrooms più di un semplice legame estetico. Entrambi nascono infatti dalla subcultura di internet e dal fascino verso gli spazi liminali. Tuttavia, se il film di Kane Parsons punta sull'angoscia generata dai suoi spazi illogici, Skinamarink non esita a colpire là dove fa più male: le paure infantili.
Con un budget di appena 15.000 dollari, Ball è riuscito a costruire un'esperienza horror sorprendentemente efficace, che al pari di Backrooms si rivela debitrice in qualche modo del mondo degli youtuber. Prima di realizzare il film, il regista era infatti già noto online grazie al suo canale YouTube Bitesized Nightmares, nel quale si divertiva a ricreare su schermo gli incubi raccontati dagli utenti. Fattore che contribuisce a regalare a Skinamarink il minimo grado di separazione tra la disturbante spontaneità dell'incubo notturno e il risultato finale sullo schermo.
La macchina da presa raramente indugia sui volti dei personaggi. Al contrario, preferisce soffermarsi sugli angoli bui delle stanze, soffitti, corridoi immersi nell'oscurità, giocattoli abbandonati sul pavimento e vecchi cartoni animati che scorrono sul televisore. Elementi apparentemente innocui che, grazie alla fotografia granulosa, al rumore bianco costante e a un sound design opprimente, assumono un'aura profondamente disturbante.
Non sorprende quindi che Skinamarink sia diventato rapidamente un fenomeno di culto tra gli appassionati di horror indipendenti. A quattro anni dalla sua uscita, il film continua a dividere il pubblico. C'è chi lo considera un capolavoro e chi lo trova quasi impenetrabile, tuttavia è innegabile che Skinamarink sia dotato di una non comune capacità di insinuarsi sotto la pelle di chi lo guarda, rendendolo difficilmente dimenticabile per tutti coloro che decidono di cimentarsi nella sua visione.
L'orrore di Skinamarink non è legato solo a una presenza minacciosa, ma soprattutto all'assenza. Appartamenti vuoti, uffici deserti, città svuotate di persone diventano il vero centro dell'inquietudine. La sensazione dominante è quella di un mondo che continua a funzionare anche senza chi lo abita. Proprio come in Pulse di Kiyoshi Kurosawa, dove nel 2001 il cinema giapponese aveva già esplorato questa dimensione perturbante dell'abbandono.
Alla fine, ciò che ci spaventa davvero non sono i mostri o i fantasmi, ma l'idea che lo spazio stesso in cui viviamo possa tradirci, diventare ostile, perdere senso. E in questo, Skinamarink rappresenta forse l'esempio più radicale e viscerale di come il cinema possa trasformare il familiare in qualcosa di profondamente, ineluttabilmente sbagliato, un'architettura che esiste ma ha perso ogni significato.