FILM

Spazi liminali e paure infantili: se ti è piaciuto Backrooms, su Prime Video c'è un horror che non puoi perdere

Skinamarink è l'horror a basso budget che esplora spazi liminali e paure infantili. Scopri perché questo film da 15mila dollari è diventato un fenomeno di culto.

Condividi

Se Backrooms ti ha lasciato addosso una spiacevole sensazione di disagio e ti ha regalato più di qualche notte insonne dal suo arrivo sul grande schermo, sappi che esiste un titolo che dovrebbe assolutamente finire nella tua lista. Stiamo parlando di Skinamarink, horror a basso budget che secondo molti appassionati del genere rappresenta uno degli esperimenti più inquietanti e destabilizzanti degli ultimi anni. Il film è disponibile su Prime Video per l'acquisto o il noleggio.

Il fenomeno Backrooms ha dimostrato quanto il pubblico contemporaneo sia affascinato da un tipo particolare di terrore: quello che nasce dagli spazi liminali. Corridoi vuoti, stanze anonime, luoghi di transizione privi di identità. Il termine limen, in latino, significa soglia, confine, e suggerisce una condizione intermedia tra uno stato e l'altro. Sono ambienti sospesi, spesso abbandonati o privi di funzione, impersonali e disorientanti. Qualcosa di molto vicino alla teoria dei non luoghi di Marc Augé.

Questi spazi sono diventati la base dell'estetica horror degli ultimi anni. Il successo di Backrooms, film del giovane youtuber americano Kane Parsons, gioca infatti sulle emozioni che questi ambienti suscitano: paura, disorientamento, ansia e inquietudine. Un cinema sostanzialmente nato da un meme online che ha incassato più del Diavolo veste Prada 2, dimostrando come molti spettatori siano alla ricerca di storie capaci di trasmettere smarrimento, claustrofobia e paura dell'ignoto.

Diretto da Kyle Edward Ball nel 2022, Skinamarink condivide con Backrooms più di un semplice legame estetico. Entrambi nascono infatti dalla subcultura di internet e dal fascino verso gli spazi liminali. Tuttavia, se il film di Kane Parsons punta sull'angoscia generata dai suoi spazi illogici, Skinamarink non esita a colpire là dove fa più male: le paure infantili.

La storia del film segue Kevin e Kaylee, due bambini che si ritrovano soli in casa durante la notte. Presto le buie ore notturne diventano tuttavia teatro di un incubo a occhi aperti. Le porte iniziano a scomparire, le finestre svaniscono nel nulla e gli spazi della casa sembrano mutare secondo una logica incomprensibile. I genitori sono assenti o forse irraggiungibili, mentre strane voci sussurrano nell'oscurità e presenze invisibili sembrano osservare ogni movimento dei due fratelli.

Con un budget di appena 15.000 dollari, Ball è riuscito a costruire un'esperienza horror sorprendentemente efficace, che al pari di Backrooms si rivela debitrice in qualche modo del mondo degli youtuber. Prima di realizzare il film, il regista era infatti già noto online grazie al suo canale YouTube Bitesized Nightmares, nel quale si divertiva a ricreare su schermo gli incubi raccontati dagli utenti. Fattore che contribuisce a regalare a Skinamarink il minimo grado di separazione tra la disturbante spontaneità dell'incubo notturno e il risultato finale sullo schermo.

La macchina da presa raramente indugia sui volti dei personaggi. Al contrario, preferisce soffermarsi sugli angoli bui delle stanze, soffitti, corridoi immersi nell'oscurità, giocattoli abbandonati sul pavimento e vecchi cartoni animati che scorrono sul televisore. Elementi apparentemente innocui che, grazie alla fotografia granulosa, al rumore bianco costante e a un sound design opprimente, assumono un'aura profondamente disturbante.

La casa stessa diventa il vero antagonista della storia, trasformandosi gradualmente da rifugio sicuro a luogo ostile e incomprensibile. È un'idea potente, che ricorda in qualche modo l'Overlook Hotel di Shining, forse la più importante opera liminale mai realizzata. Uno spazio che continua a funzionare anche quando non serve più a nulla, un'architettura che esiste ma ha perso ogni significato.

Non sorprende quindi che Skinamarink sia diventato rapidamente un fenomeno di culto tra gli appassionati di horror indipendenti. A quattro anni dalla sua uscita, il film continua a dividere il pubblico. C'è chi lo considera un capolavoro e chi lo trova quasi impenetrabile, tuttavia è innegabile che Skinamarink sia dotato di una non comune capacità di insinuarsi sotto la pelle di chi lo guarda, rendendolo difficilmente dimenticabile per tutti coloro che decidono di cimentarsi nella sua visione.

L'orrore di Skinamarink non è legato solo a una presenza minacciosa, ma soprattutto all'assenza. Appartamenti vuoti, uffici deserti, città svuotate di persone diventano il vero centro dell'inquietudine. La sensazione dominante è quella di un mondo che continua a funzionare anche senza chi lo abita. Proprio come in Pulse di Kiyoshi Kurosawa, dove nel 2001 il cinema giapponese aveva già esplorato questa dimensione perturbante dell'abbandono.

Ma se vogliamo trovare le radici di questo tipo di narrazione, dobbiamo tornare al 1997 con Cube. Quel film introduce una delle idee più potenti dell'horror moderno: uno spazio che non sembra avere alcuna funzione. I personaggi si ritrovano intrappolati in una struttura composta da stanze tutte uguali, collegate tra loro in modo potenzialmente infinito, senza sapere chi l'abbia costruita né perché. L'inquietudine nasce proprio da questo vuoto di significato: l'architettura esiste, ma non serve più a nulla. È un sistema autonomo, privo di origine e di spiegazione.

Alla fine, ciò che ci spaventa davvero non sono i mostri o i fantasmi, ma l'idea che lo spazio stesso in cui viviamo possa tradirci, diventare ostile, perdere senso. E in questo, Skinamarink rappresenta forse l'esempio più radicale e viscerale di come il cinema possa trasformare il familiare in qualcosa di profondamente, ineluttabilmente sbagliato, un'architettura che esiste ma ha perso ogni significato.

Continua a leggere su BadTaste