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Su Netflix, c'è un crime indiano che ha scalato la Top 10 (battendo addirittura i colossi americani)

Kartavya, thriller poliziesco indiano con Saif Ali Khan, scala la top 10 globale Netflix battendo i colossi americani. Analisi del fenomeno e successo del film.

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Nel vasto catalogo di Netflix, dove blockbuster hollywoodiani e produzioni internazionali si contendono l'attenzione di milioni di spettatori, ogni tanto emerge una sorpresa. Kartavya, thriller poliziesco indiano diretto dall'esordiente Pulkit, è una di quelle storie che nessuno si aspettava di vedere scalare le classifiche globali. Eppure, a maggio 2026, il film si è posizionato al decimo posto nella top 10 mondiale di Netflix secondo FlixPatrol, tenendo testa a blasonati titoli americani come Swapped con Michael B. Jordan, Apex con Charlize Theron e In Her Shoes con Cameron Diaz.

Il protagonista è Saif Ali Khan, attore veterano di Bollywood che negli ultimi anni ha dimostrato una particolare predilezione per ruoli complessi e sfaccettati. In Kartavya, il cui titolo si traduce letteralmente con "dovere", Khan interpreta Pawan, un poliziotto di provincia intrappolato tra due crisi che minacciano di distruggere non solo la sua carriera, ma la sua stessa concezione di giustizia. Da una parte, deve indagare su una setta religiosa coinvolta in abusi su minori. Dall'altra, si ritrova coinvolto in una fuga d'amore tra caste diverse che porta violenza e pericolo direttamente sulla porta di casa sua.

Pawan è un uomo lacerato tra ciò che sa essere giusto e ciò che il suo ruolo, la sua comunità e le pressioni esterne gli impongono di fare. Fino a dove può spingersi un poliziotto per onorare il proprio dovere quando le regole scritte e quelle non scritte entrano in collisione? È questa tensione morale, questa zona grigia tra legalità e giustizia, a rendere Kartavya così avvincente.

Pulkit, oltre a dirigere, ha scritto la sceneggiatura di Kartavya, costruendo una narrazione che non cede mai al melodramma ma mantiene un tono asciutto, quasi documentaristico. Il regista sembra aver studiato attentamente il cinema poliziesco europeo e americano degli anni Settanta, dove gli eroi non sono mai completamente puri e il sistema che dovrebbero proteggere è spesso corrotto quanto i criminali che combattono. C'è un'eco di Sidney Lumet in questa provincia indiana dove il confine tra bene e male è sfumato come la polvere che ricopre le strade.

La provincia, appunto. Uno degli elementi che rendono Kartavya così potente è l'ambientazione in una piccola città indiana, lontana dalle metropoli scintillanti di Mumbai o Delhi che dominano l'immaginario occidentale di Bollywood. Qui le tradizioni pesano come macigni, le gerarchie sociali sono rigide, e un poliziotto non è solo un rappresentante della legge ma anche un membro della comunità, con tutti i legami, i debiti e le pressioni che questo comporta. Pawan non può semplicemente arrestare qualcuno e andarsene: ogni sua azione ha conseguenze che si propagano attraverso reti familiari, religiose e di casta.

Il tema della setta religiosa che abusa di minori tocca una delle piaghe più dolorose dell'India contemporanea, dove figure spirituali godono spesso di un'autorità indiscussa e la denuncia di abusi può essere vista come un attacco alla fede stessa. Parallelamente, la storia della coppia fuggita per amore attraverso le barriere di casta richiama una realtà ancora drammaticamente attuale in molte regioni indiane, dove i matrimoni inter-casta possono scatenare violenze familiari e comunitarie.

Il realismo graffiante del film, la sua volontà di non girare lo sguardo davanti alle storture della società, la complessità morale dei suoi personaggi: questi sono gli elementi che hanno permesso a Kartavya di distinguersi in un mare di contenuti. In un'epoca in cui l'attenzione degli spettatori è frammentata e volatile, conquistare un posto nella top 10 globale significa aver colpito nel segno, aver creato qualcosa che le persone non solo iniziano a guardare, ma che finiscono e poi consigliano ad altri.

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