Su Netflix, c'è una serie con Jason Bateman e Jude Law che supera Ozark per ritmo e adrenalina
La serie numero uno su Netflix con Jason Bateman e Jude Law. Un thriller adrenalinico che supera Ozark: analisi completa.
Da quando Ozark ha chiuso i battenti nel 2022, lasciando un vuoto incolmabile nel catalogo Netflix, gli appassionati di thriller criminali hanno cercato disperatamente un degno successore. Serie dopo serie, nessuna è riuscita davvero a eguagliare quella miscela perfetta di tensione morale, dinamiche familiari tossiche e suspense orchestrata magistralmente. Fino ad ora. Black Rabbit, disponibile su Netflix dal 19 settembre con otto episodi già pronti per essere divorati, non è semplicemente un'alternativa a Ozark. È qualcosa di diverso, forse persino superiore sotto certi aspetti. E la cosa più sorprendente è che a guidare questa operazione c'è proprio lui: Jason Bateman, l'uomo che ha dato vita a Marty Byrde, affiancato questa volta da Jude Law in un duo che funziona in modo esplosivo.
Eppure, nonostante il successo di pubblico la critica è stata tiepida, attestandosi su un 64 per cento su Rotten Tomatoes. Una ricezione mista che appare francamente incomprensibile considerando la qualità tecnica e narrativa del prodotto. Forse ci si aspettava un'altra Ozark identica, quando invece Black Rabbit ha scelto consapevolmente di percorrere una strada diversa: meno riflessiva, più istintiva. Meno cesellata, più grezza. La performance di Bateman merita un discorso a parte. Dopo anni passati a interpretare personaggi "noiosi ma intelligenti", qui l'attore si concede il lusso di essere trasandato, emotivo, imperfetto. Vince Friedken è lontano anni luce dall'archetipo a cui Bateman ci ha abituati, e questo rappresenta una boccata d'aria fresca tanto per lui quanto per il pubblico. Law, dal canto suo, porta tutta la sua intensità britannica in un ruolo che richiede carisma e vulnerabilità in egual misura.
Sul piano tecnico, Black Rabbit brilla. La fotografia è tagliente, nervosa, capace di trasformare i quartieri di lusso e i bassifondi newyorkesi in un labirinto visivo dove ogni angolo nasconde una minaccia. La regia, condivisa tra Bateman, Linney, Semanoff e Justin Kurzel, mantiene un livello di coerenza stilistica notevole, passando senza soluzione di continuità tra momenti di quiete apparente e sequenze di pura tensione. La sceneggiatura, firmata da Sarah Gubbins, non concede sconti. Ogni episodio alza la posta in gioco, ogni scena conta. È il tipo di serie che richiede attenzione totale: perdere anche solo un dialogo può significare non capire una svolta cruciale. E questo è un pregio, non un difetto.
La serie rappresenta anche un interessante esperimento nel formato miniserie. Otto episodi sono sufficienti per raccontare una storia completa senza diluirla, mantenendo la tensione alta dall'inizio alla fine. È un formato che Netflix sta esplorando sempre più spesso, e quando funziona – come in questo caso – dimostra di essere perfetto per certe tipologie di narrazione. Black Rabbit è già diventata un fenomeno. Jason Bateman, dopo aver definitivamente chiuso il capitolo Ozark, ha dimostrato di poter creare qualcosa di altrettanto memorabile, forse persino più elettrizzante. E per gli amanti dei crime thriller, questo è tutto ciò che conta.