Su Netflix, c'è una serie imperdibile per i fan del true crime (che ne rielabora il concetto)
La serie su Netflix che racconta di come 50 donne hanno incastrato Manuel Blanco Vela, predatore seriale ignorato dalle autorità. Un true crime diverso.
Netflix ha costruito negli anni un impero nel territorio del true crime, diventando di fatto la piattaforma di riferimento per chi cerca storie vere di crimini, investigazioni e giustizia. I numeri parlano chiaro: il genere rappresenta una porzione significativa di ciò che gli abbonati scelgono di guardare, con titoli che si piazzano regolarmente ai vertici delle classifiche settimanali. Ma c'è un problema che affligge da sempre questo filone narrativo, un vizio di fondo che Netflix stessa ha spesso perpetuato: la tendenza a trasformare i carnefici in protagonisti glamour, riducendo le vittime a semplici comparse nella storia del mostro di turno.
Il titolo promette di raccontare la storia del Predatore di Siviglia, ma Manuel Blanco Vela, la guida turistica marocchina che ha usato il suo lavoro come strumento di caccia, occupa poco spazio sullo schermo. La serie sceglie deliberatamente di non glorificarlo, di non concedergli quella centralità narrativa che troppo spesso si trasforma in involontaria mitizzazione. Blanco Vela operava con un modus operandi meticoloso e crudele: adescava giovani donne americane in Spagna per programmi di studio all'estero, offriva loro tour in Marocco, le drogava e le aggrediva sessualmente.
La narrazione costruisce tensione non attraverso la figura del carnefice, ma attraverso le sfide che questo gruppo di donne ha dovuto affrontare. Ogni ostacolo burocratico, ogni porta chiusa dalle autorità, ogni complicazione legale diventa un momento drammatico perché siamo investiti emotivamente non nel vedere "fino a dove si spingerà il mostro", ma nel tifare per queste donne affinché riescano a ottenere giustizia.
Ciò che rende The Predator of Seville un caso quasi unico nel genere è proprio questa scelta di prospettiva. Non è una serie incentrata sulla vittima nel senso tradizionale, dove il dolore viene sezionato e messo in mostra per generare empatia passiva nello spettatore. È invece un racconto di empowerment, di come la connessione tra persone che hanno vissuto esperienze simili possa generare un potere che individualmente non avrebbero mai avuto.
Le interviste con le sopravvissute non servono a glorificare il dolore, ma a mostrare come quella connessione le abbia galvanizzate. Ogni storia raccontata sullo schermo diventa combustibile per Gabrielle Vega nella sua investigazione, e lo spettatore assiste a questa costruzione progressiva di un fronte comune. Non sono più vittime isolate: sono un movimento.