Su Prime Video, c'è la serie che ha inventato il concetto di multiverso prima che diventasse di moda
La serie che ha anticipato l'era dei multiversi nella fantascienza televisiva. Analisi della serie cult di J.J. Abrams che ha cambiato la sci-fi in TV prima di Marvel e streaming.
Diciotto anni fa, mentre il pubblico televisivo era ancora affascinato dalle verità nascoste di X-Files e dagli enigmi di Lost, su Fox debuttava una serie destinata a cambiare silenziosamente le regole della fantascienza televisiva. Fringe, creata dal visionario J.J. Abrams insieme agli sceneggiatori Alex Kurtzman e Roberto Orci e disponibile su Prime Video, non è mai stata il fenomeno di massa che meritava di essere. Eppure, guardando indietro dal 2025, è impossibile non riconoscere quanto questa serie abbia plasmato il DNA stesso della sci-fi contemporanea. La premessa sembrava familiare: un'agente dell'FBI, Olivia Dunham interpretata da Anna Torv, viene catapultata in un mondo di fenomeni inspiegabili quando incontra Walter Bishop, genio scientifico eccentrico portato in vita magistralmente da John Noble, e suo figlio Peter, con il volto di Joshua Jackson.
La genialità della serie risiedeva proprio in questo equilibrio impossibile: era strutturalmente un prodotto network televisivo tradizionale, con le sue venti puntate a stagione e la sua accessibilità mainstream, ma nei contenuti era audace come le serie più sperimentali. Fringe è stata una specie di Dark prima di Dark, una Severance prima di Severance, capace di affrontare teorie scientifiche complesse senza paura di perdere lo spettatore casuale. Eppure, trovare oggi qualcosa di simile è praticamente impossibile. L'economia della televisione è cambiata radicalmente dal 2013, quando la serie si è conclusa dopo cinque stagioni. Il modello del procedurale sci-fi con venti episodi stagionali su una rete generalista è diventato una specie in via di estinzione. La fantascienza è migrata quasi interamente sulle piattaforme streaming, dove prospera in formati completamente diversi.
Certo, abbiamo capolavori come The Expanse su Prime Video, gioielli come Andor su Disney+, enigmi cerebrali come Severance su Apple TV+. Ma queste serie hanno stagioni di dieci episodi o meno, budgets cinematografici, e vivono in ecosistemi completamente diversi da quello che ha permesso a Fringe di esistere. Sono più simili a film estesi che a procedurali tradizionali. Il paradosso è che proprio mentre i concetti che Fringe ha pioneristicamente esplorato sono diventati mainstream, la formula che li ha resi accessibili è scomparsa. Le reti generaliste hanno poco incentivo a finanziare procedurali sci-fi sperimentali che esplorano il lato più concettuale del genere. È più sicuro lasciare la fantascienza alle piattaforme streaming, che possono permettersi di coltivare nicchie appassionate.