Su Prime Video, c'è un film che voleva ispirarsi a Incontri Ravvicinati (ma non tutto è andato bene)
Il debutto alla regia di Eric Demeusy prometteva un omaggio ai classici sci-fi anni '80, ma purtroppo ha un problema enorme.
Quando un esperto di effetti speciali decide di mettersi dietro la macchina da presa, le aspettative sono alte. Eric Demeusy, il cui curriculum vanta contributi a produzioni di peso come Tron: Legacy e Stranger Things, sembrava avere tutte le carte in regola per confezionare un thriller di fantascienza degno di nota. Proximity, il suo debutto alla regia uscito nel 2020, prometteva di essere un omaggio ai classici dell'incontro ravvicinato, con quella patina nostalgica anni Ottanta che funziona sempre. Eppure, qualcosa è andato profondamente storto lungo il percorso.
Il film ci porta nel mondo di Isaac Cypress, un giovane ricercatore specializzato in segnali spaziali che lavora al Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena. Ryan Masson interpreta questo geek tra i geek, un personaggio che pedala verso l'ufficio, frequenta uno psicoterapeuta e passa il tempo libero a smanettare con una videocamera che sembra uscita direttamente dagli anni Novanta. È proprio questa passione amatoriale per le riprese che cambierà la sua vita: quando un oggetto non identificato attraversa i cieli della California meridionale in pieno giorno, Isaac si trova nel posto giusto al momento giusto, o sbagliato, dipende dai punti di vista.
La sequenza dell'abduction è uno dei pochi momenti in cui Proximity mostra il suo potenziale. Demeusy sfrutta la sua esperienza negli effetti visivi per creare un alieno filiforme che ricorda quelli di Signs, seguito dal tracking della telecamera che accompagna Isaac nella sua ascesa verso il disco volante. Il problema è che il ragazzo non riesce a filmare la navicella stessa prima che la videocamera vada in statico, un dettaglio che sembra più una svista narrativa che una scelta artistica. Gli effetti speciali restano il vero punto di forza: un pickup sollevato in aria e capovolto, esseri umani attratti verso l'alto da raggi traenti, una sequenza di inseguimento sul tetto di un vagone ferroviario ripresa in infrarossi.
Sono momenti visivamente accattivanti che ricordano perché Demeusy ha fatto carriera in quel settore. Ma circondare questi momenti con un cast di attori poco carismatici, una trama che si sgretola sotto il peso delle sue stesse contraddizioni e una durata di quasi due ore è una ricetta per il disastro. Il film abbandona troppo in fretta la sua premessa più forte: quella frenesia mediatica intorno a una prova apparentemente genuina di vita extraterrestre. C'era materiale per esplorare temi rilevanti come la diffusione virale delle informazioni, il rapporto tra verità e credibilità nell'era digitale, la fame di sensazionalismo dei media.
Invece, Demeusy preferisce trascinare i suoi personaggi in corridoi bianchi e laboratori segreti, inseguimenti su treni e sparatorie laser che non generano alcuna tensione. La volontà di ricreare l'atmosfera paranoica e l'estetica della fantascienza degli anni Ottanta è palpabile: la fotografia, la colonna sonora, persino alcune scelte di montaggio strizzano l'occhio a quel periodo. Ma la nostalgia da sola non basta a sostenere quasi due ore di metraggio quando la sostanza narrativa è così fragile. I grandi film di quel decennio funzionavano perché, sotto gli effetti speciali e le ambientazioni fantastiche, batteva il cuore di storie umane credibili e personaggi tridimensionali.Per gli appassionati di fantascienza disposti a perdonare molte mancanze in cambio di qualche effetto speciale ben realizzato e di un'atmosfera volutamente retrò, Proximity (e questo film con Casey Affleck) potrebbe offrire un paio d'ore di intrattenimento leggero. Ma per chiunque cerchi una storia avvincente, personaggi credibili o anche solo una logica interna coerente, questo incontro ravvicinato con il cinema di Demeusy rischia di lasciare più domande che risposte, e non del tipo che stimola la riflessione.