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Su Prime Video, c'è un thriller irlandese che predisse la pandemia (e uscì proprio in pieno lockdown)

Scopri il thriller irlandese che nel 2020 predisse la pandemia. Analisi del film di Neasa Hardiman su contagio, isolamento e scelte morali durante il lockdown.

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C'è qualcosa di profondamente straniante nel guardare un film sul contagio mentre il mondo reale sta ancora metabolizzando la propria pandemia. Sea Fever - Contagio in alto mare, thriller fantascientifico della regista irlandese Neasa Hardiman, ora disponibile su Prime Video, è uscito nell'aprile 2020 su piattaforme VOD, proprio nel pieno del primo lockdown. Il tempismo non poteva essere più inquietante: sugli schermi, un virus sconosciuto si diffonde in un peschereccio sperduto nell'Atlantico del Nord. Fuori dagli schermi, il COVID-19 costringeva mezza umanità a barricarsi in casa. La finzione e la realtà si sono sovrapposte in un cortocircuito che ha reso questo film molto più di un semplice intrattenimento di genere.

La storia inizia con Siobhán, interpretata da Hermione Corfield, una studentessa di biologia marina che sale a bordo di un malandato peschereccio irlandese per studiare "anomalie" nelle catture. La ragazza ha i capelli rossi, dettaglio che immediatamente agita l'equipaggio superstizioso: nella tradizione marinara, il rosso porta sfortuna. I proprietari della nave, Gerard e Freya – interpretati rispettivamente da Dougray Scott e Connie Nielsen – ignorano i brontolii della ciurma perché hanno disperatamente bisogno del compenso che la presenza di Siobhán garantisce. È un microcosmo sociale già fratturato dalla diffidenza, dove la scienza e la superstizione si guardano in cagnesco.

Siobhán è brillante, ma socialmente impacciata. Quando scopre che un membro dell'equipaggio, Omid, ha progettato l'impianto idraulico sorprendentemente sofisticato della nave, gli chiede senza filtri perché abbia un lavoro di "così basso status". È un momento che cristallizza il divario di classe e di prospettive tra l'ambiziosa scienziata e i pescatori logori dalla vita in mare. Johnny, interpretato da Jack Hickey, sembra l'unico ponte possibile tra questi due mondi, ma Neasa Hardiman – alla sua prima regia cinematografica dopo aver diretto episodi di serie come Happy Valley e Inhumans – sa che non c'è tempo per sottotrame romantiche.

Il vero protagonista arriva presto: una creatura parassitaria gigantesca, un ibrido tra un cirripede e un calamaro, si attacca allo scafo della nave e la immobilizza in mezzo all'oceano. Mentre l'equipaggio cerca di capire cosa diavolo sia quella cosa, la creatura inizia a secernere un liquido verdastro e viscido che contamina l'acqua della cabina. Siobhán, con il suo metodo scientifico e la sua lucidità analitica, è la prima a intuire l'orribile verità: quel fluido trasporta un virus che si sta diffondendo rapidamente tra i membri dell'equipaggio. Ed è qui che Sea Fever smette di essere solo un thriller sci-fi ben costruito e diventa qualcosa di più viscerale, quasi profetico.

Le domande che il film solleva sono esattamente quelle che abbiamo affrontato durante la pandemia reale: cosa fai quando scopri di essere infetto? Ti sacrifichi per proteggere gli altri, accettando la quarantena e l'isolamento, o segui l'istinto di sopravvivenza personale? Come si bilancia il diritto individuale con la responsabilità collettiva? Guardare Sea Fever nell'era del coronavirus non è un'esperienza neutrale. È straniante, a tratti doloroso, perché ogni scelta dei personaggi risuona con decisioni che abbiamo visto prendere, o prese noi stessi, nella vita reale.

Il fatto che Sea Fever sia uscito nell'aprile 2020, quando l'Italia e il mondo erano nel pieno della prima ondata pandemica, ha inevitabilmente condizionato la sua ricezione. Per chi lo ha visto allora, è stato un'esperienza quasi catartica: vedere rappresentate sullo schermo le stesse paure, gli stessi dilemmi etici, la stessa angoscia del contagio che stavamo vivendo nella realtà. Per chi lo guarda oggi, con il senno di poi della pandemia alle spalle, è un documento involontario di come il cinema possa anticipare la realtà, o forse di come certe paure ancestrali – il contagio, l'isolamento, la morte invisibile – siano universali e atemporali.

Sea Fever funziona su due livelli. Come puro intrattenimento di genere, è un thriller sci-fi efficace, ben ritmato, capace di generare autentica suspense con mezzi limitati. Come riflessione involontaria sulla pandemia, è qualcosa di più inquietante: uno specchio che riflette le nostre paure collettive, le fratture sociali esposte dal virus, i dilemmi morali che emergono quando la sopravvivenza individuale si scontra con il bene comune. Guardarlo oggi, con la prospettiva storica del COVID-19, significa confrontarsi con un'opera che la realtà ha trasformato in qualcosa di diverso da ciò che era nelle intenzioni originali.

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