Tra Dante, mafia e Gerard Butler filosofo: il film più folle (e forse più brutto) dell’anno da vedere in compagnia
In the Hand of Dante arriva su Netflix: un film folle, caotico e pieno di star, forse imperfetto ma irresistibile da vedere in compagnia.
Ci sono film brutti che sono semplicemente brutti. E poi ci sono film talmente eccessivi, confusi, ambiziosi e fuori controllo da diventare quasi impossibili da ignorare. In the Hand of Dante, in arrivo su Netflix il 24 giugno, appartiene decisamente alla seconda categoria: un’opera che prova a mescolare Dante Alighieri, mafia, manoscritti perduti, spiritualità, cinema d’autore, crime movie, visioni medievali e un cast talmente assurdo da sembrare uscito da un sogno febbrile.
Il film diretto da Julian Schnabel, artista e regista da sempre attratto dalle biografie tormentate e dai percorsi creativi estremi, parte da una premessa affascinante. Un manoscritto che potrebbe essere l’originale della Divina Commedia riemerge improvvisamente e diventa l’oggetto del desiderio di studiosi, criminali, collezionisti e uomini ossessionati dal potere dell’arte. Da qui nasce una storia che si muove su due piani temporali: da una parte il presente, con lo scrittore Nick Tosches coinvolto in un pericoloso intrigo criminale; dall’altra il passato, con Dante Alighieri impegnato nel proprio viaggio creativo e spirituale.A interpretare entrambi è Oscar Isaac, chiamato a sostenere il peso di un doppio ruolo che dovrebbe creare un legame mistico tra l’autore moderno e il poeta medievale. Sulla carta, l’idea è enorme: usare Dante non soltanto come figura letteraria, ma come porta d’ingresso per parlare di arte, fede, ossessione, desiderio e dannazione. Il problema, o forse il fascino involontario del film, è che In the Hand of Dante sembra voler fare tutto nello stesso momento, senza mai scegliere davvero quale direzione seguire.
Il risultato è un oggetto cinematografico difficilissimo da classificare. A tratti sembra un thriller letterario, con il manoscritto della Divina Commedia trasformato in una reliquia contesa dalla criminalità organizzata. Poco dopo diventa un gangster movie grottesco, poi un dramma spirituale, poi una fantasia medievale, poi una specie di delirio filosofico in cui i personaggi parlano come se ogni frase dovesse contenere una rivelazione definitiva sul senso dell’esistenza.Forse è proprio per questo che guardarlo in compagnia potrebbe essere la scelta migliore. In the Hand of Dante mette insieme così tante idee, svolte e star improbabili che ogni scena sembra fatta per essere commentata. Gerard Butler interpreta Louie, un gangster violento, sopra le righe e sorprendentemente comico, mentre John Malkovich, Al Pacino, Jason Momoa, Martin Scorsese, Gal Gadot, Sabrina Impacciatore e Franco Nero compaiono in un cast talmente eterogeneo da rendere ogni nuovo ingresso ancora più imprevedibile.
Julian Schnabel non cerca mai la semplicità. Le sequenze contemporanee, spesso immerse in un bianco e nero cupo e artificioso, provano a dare alla vicenda un tono da noir allucinato. Le parti medievali, invece, sembrano meno interessate alla ricostruzione storica che alla costruzione di un’immagine simbolica di Dante, Beatrice e del processo creativo. Tutto è carico, teatrale, solenne, spesso volutamente sopra le righe. Il film non cammina: declama.
Il punto è che questa ambizione smisurata è allo stesso tempo il suo limite e la sua ragione d’esistere. In the Hand of Dante vuole essere un’opera sul rapporto tra arte e violenza, tra spiritualità e corruzione, tra il valore eterno della letteratura e il modo in cui il presente la trasforma in merce, feticcio o strumento di potere. Sono temi enormi, forse troppo grandi per un film che continua ad accumulare personaggi, registri e svolte narrative senza riuscire sempre a tenere insieme tutto.
Eppure è difficile liquidarlo come un semplice fallimento. Perché, anche quando sembra sbagliato, resta vivo. Ha la sfrontatezza dei film che non hanno paura di sembrare ridicoli pur di inseguire un’idea gigantesca. In un panorama dominato da prodotti sempre più levigati, prevedibili e calibrati per non disturbare nessuno, un’opera così disordinata può risultare quasi liberatoria. Non necessariamente bella, non necessariamente riuscita, ma certamente memorabile.
Per questo In the Hand of Dante rischia di essere uno dei titoli più strani da vedere su Netflix nei prossimi giorni. Non è il film da consigliare a chi cerca una narrazione lineare, un thriller elegante o una riflessione limpida su Dante. È piuttosto un’esperienza da affrontare con lo spirito giusto: accettando il caos, l’eccesso, le cadute di tono e la sensazione costante che ogni scena possa prendere una direzione completamente imprevista.
Forse non sarà uno dei migliori film dell’anno. Forse, per molti, sarà addirittura uno dei più discutibili. Ma potrebbe anche diventare una di quelle visioni assurde che si ricordano proprio perché sfuggono a ogni buon senso. E a volte, su una piattaforma piena di film dimenticabili, anche un disastro spettacolare può essere molto più divertente di un prodotto perfettamente ordinato.