Un bimbo scomparso e una società che ha smesso di amare, in questo intenso film russo su Prime Video
Loveless di Zvyagintsev: analisi del film russo dove un bambino scompare e i genitori non piangono. Critica sociale, cinema d'autore e assenza d'amore.
Quando un matrimonio non è solo un matrimonio. Quando un divorzio diventa la radiografia di un paese intero. Quando la scomparsa di un bambino smette di essere una tragedia familiare per trasformarsi in un atto d'accusa contro un'intera società. Andrey Zvyagintsev, il regista russo che con Leviathan aveva già dimostrato di saper trasformare il dramma intimo in affresco politico, torna con Loveless, un film che non lascia respiro né speranza.
C'è però un dettaglio che nessuno dei due sembra voler considerare: Alyosha, il loro figlio di 12 anni. Un bambino invisibile, un errore da cancellare, un peso di cui liberarsi. Boris non ha nemmeno detto alla sua nuova donna di avere un figlio. Zhenya parla di lui come di un incidente di percorso. Il ragazzo passa le sue giornate a piangere in silenzio, nascosto dietro una porta, testimone involontario dell'odio che i suoi genitori provano l'uno per l'altra e, per estensione, per lui.
Poi, un giorno, Alyosha scompare. La scuola avvisa che non si è presentato. I genitori, più infastiditi che preoccupati, iniziano a cercarlo con la stessa passione con cui si cerca un oggetto smarrito che non serve davvero. La polizia? Budget ridotti, troppi casi, poco personale. Il sistema statale russo non può aiutare. Entra in scena un'organizzazione di volontari, gente comune che organizza battute di ricerca tra edifici abbandonati e foreste che sembrano uscite da una fiaba nera.
L'estetica del film riflette questa desolazione. La fotografia di Mikhail Krichman cattura una Mosca cupa, fatta di cemento e neve sporca, dove anche gli interni borghesi trasudano freddezza. Non c'è calore, non c'è colore. Anche quando i personaggi si muovono in spazi che dovrebbero essere accoglienti, l'atmosfera resta glaciale. È un mondo in cui l'ortodossia putiniana impone almeno l'apparenza della felicità familiare: Boris teme che il divorzio possa costargli il lavoro, perché il suo datore di lavoro esige dai dipendenti una facciata di stabilità coniugale.
Ma Loveless non è un film apertamente politico, eppure ogni inquadratura, ogni dialogo, ogni silenzio parla di un sistema che ha fallito. Il fallimento del governo nel proteggere i più vulnerabili. Il fallimento di una società troppo narcisista per occuparsi di chi non può difendersi. E Zvyagintsev è abbastanza intelligente da sapere che questi fallimenti non sono esclusivi della Russia: risuonano ovunque, in ogni paese dove l'individualismo ha divorato il senso di comunità.
Zvyagintsev aveva già dimostrato con Leviathan di saper usare il microcosmo familiare come lente d'ingrandimento sui mali della Russia contemporanea. Loveless perfeziona quella tecnica, costruendo un'opera che è al tempo stesso intimista e universale, specifica nel suo contesto russo ma riconoscibile ovunque. Perché la cattiva genitorialità (che viene esaminata anche in questo film distopico con Elizabeth Olsen), l'egoismo mascherato da autodeterminazione, l'incapacità di vedere oltre il proprio naso non conoscono confini geografici.