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Un omicidio e un testimone troppo piccolo per capire: su Netflix, la serie tv da non perdere su una storia vera

The Witness su Netflix racconta la storia vera di Alex Hanscombe, testimone a 2 anni dell'omicidio della madre Rachel Nickell nel 1992 a Wimbledon Common.

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The Witness, miniserie britannica in tre episodi disponibile su Netflix dal 4 giugno 2026, non è l'ennesimo true crime che si crogiola nei dettagli macabri di un omicidio. È la storia di cosa succede dopo, quando i riflettori si spengono ma il trauma continua a respirare nella stessa stanza in cui dormi. Il 15 luglio 1992, Rachel Nickell aveva ventitré anni e una vita davanti. Stava passeggiando a Wimbledon Common, parco nella periferia sud di Londra, con il figlio Alex di appena due anni. In pieno giorno, venne aggredita e uccisa con diverse coltellate. L'unico testimone fu proprio Alex, troppo piccolo per comprendere, troppo presente per dimenticare. L'immagine di quel bambino trovato accanto al corpo della madre divenne il simbolo di una tragedia che sconvolse il Regno Unito.

The Witness parte da lì, da quella scena che nessun padre dovrebbe mai dover spiegare al proprio figlio. Scritta da Rob Williams e diretta da Alex Winckler, la serie mette al centro André Hanscombe, interpretato da Jordan Bolger, e il piccolo Alex, il cui percorso di crescita viene seguito attraverso diverse fasi della sua vita, con Max Fincham nei panni del giovane adulto. Accanto a loro un cast che include Claire Rushbrook, Neil Maskell, Kerry Godliman e Kevin Eldon, figure che rappresentano il sistema di supporto e, talvolta, di pressione attorno a questa famiglia spezzata.

L'elemento che rende questa produzione diversa dalla marea di contenuti crime che invade le piattaforme streaming è la prospettiva. Invece di concentrarsi sulla caccia all'assassino, sulla ricostruzione meticolosa del delitto o sul profilo psicologico del killer, The Witness sceglie di raccontare la vita di chi è rimasto. Perché l'omicidio di Rachel Nickell non è solo una data sul calendario giudiziario britannico: è il momento in cui due esistenze sono state divise in un prima e un dopo irrimediabile.

André si ritrovò da un giorno all'altro a dover essere padre e madre, ancora prima di poter metabolizzare il lutto. Non ebbe il lusso del dolore privato, perché il caso divenne immediatamente un evento mediatico di portata nazionale. La stampa britannica si gettò sulla storia con un'avidità che oggi definiremmo tossica ma che all'epoca era considerata normale cronaca. Ogni dettaglio della vita di Rachel venne scandagliato, ogni movimento di André e Alex venne seguito, fotografato, commentato. Il loro dolore divenne spettacolo pubblico.

La serie Netflix affronta questo aspetto senza sconti, mostrando come l'interesse morboso dei media possa trasformare vittime in prigionieri. André decise di fuggire, prima in una zona rurale della Francia, poi in Spagna, quando anche il rifugio francese venne scoperto dai giornalisti. Una scelta comprensibile ma drammatica: dover lasciare il proprio Paese, la propria rete di affetti, per proteggere un bambino che era già stato testimone dell'impensabile.

Alex conserva ancora oggi ricordi nitidi di quella mattina. In un'intervista alla BBC, raccontò: "Più di tutto ricordo che subito dopo l'attacco chiesi a mia madre di alzarsi. Mi accorsi in un attimo che non c'era più e non sarebbe ritornata". Ma la tragedia della famiglia Hanscombe non finì con l'omicidio. Le indagini della polizia britannica si rivelarono un disastro giudiziario che aggiunse anni di sofferenza inutile. Gli investigatori si fissarono su Colin Stagg, un uomo che venne sottoposto a una vera e propria persecuzione mediatica e giudiziaria nonostante l'assenza di prove concrete. Stagg divenne il mostro nazionale, il capro espiatorio perfetto, fino a quando un giudice non demolì il caso definendo le tecniche investigative utilizzate come inappropriate e condannando l'operato della polizia.

Colin Stagg era innocente. E mentre lui veniva crocifisso sui giornali, il vero assassino continuava a vivere indisturbato. Ci vollero sedici anni prima che la verità emergesse. Nel 2008, grazie ai progressi delle analisi del DNA, venne identificato il vero responsabile: Robert Napper, un uomo già condannato per un duplice omicidio commesso nel 1993 e recluso nell'ospedale psichiatrico di massima sicurezza di Broadmoor. Napper, affetto da schizofrenia paranoide, si dichiarò colpevole dell'omicidio di Rachel. Sedici anni durante i quali André e Alex vissero sapendo che l'assassino era libero, che la giustizia aveva fallito, che forse non avrebbero mai avuto risposte.

The Witness racconta questo fallimento istituzionale senza trasformarlo in un pamphlet accusatorio, ma mostrandone le conseguenze umane. Ogni anno senza giustizia è un anno in cui il trauma non può essere elaborato completamente, in cui la ferita resta aperta, in cui la domanda "perché" non trova risposta. La serie evita ogni forma di spettacolarizzazione del dolore infantile, trattando il trauma di Alex con una sensibilità rara. Non ci sono scene gratuite, non c'è pornografia del dolore. C'è invece l'esplorazione delicata di cosa significhi crescere portandosi dentro un evento del genere, di come un bambino costruisca la propria identità attorno a un vuoto così grande.

Nonostante tutto, André e Alex sono riusciti a ricostruire una vita. Non una vita normale, perché la normalità dopo un evento simile è un concetto privo di significato, ma una vita possibile. Una vita in cui il dolore non scompare ma impara a convivere con momenti di pace, in cui il ricordo di Rachel può essere anche amore e non solo trauma. Alex oggi è un uomo adulto che ha scelto di raccontare la propria storia, partecipando attivamente al processo che ha portato alla realizzazione di questa serie. Una scelta coraggiosa, che trasforma il suo essere stato testimone involontario in un atto di testimonianza consapevole. La sua disponibilità a rivivere pubblicamente quegli eventi è un dono fatto a chiunque stia affrontando un trauma simile: la prova che si può sopravvivere all'insopportabile.

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