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Una coppia, dieci anni, dieci episodi: questa serie spagnola racconta come cambiamo davvero

La serie che racconta 10 anni di vita tra i 30 e i 40 anni attraverso dieci notti di Capodanno.

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C'è un momento nella vita in cui tutto sembra possibile e, contemporaneamente, tutto sembra precipitare verso scelte definitive. È quella decade cruciale tra i 30 e i 40 anni, quando la giovinezza si allontana ma l'età adulta non ha ancora mostrato il suo volto definitivo. È proprio questo territorio emotivo, scivoloso e intenso, che Rodrigo Sorogoyen ha scelto di esplorare con Dieci capodanni, la nuova serie tv in esclusiva su RaiPlay. Per chi conosce il cinema di Sorogoyen - autore di opere potenti come As Bestas, Che dio ci perdoni e Il regno - questa serie rappresenta una svolta inaspettata. Dopo la ruvida e adrenalinica Antidisturbios, il regista spagnolo quarantatreenne cambia completamente registro, abbracciando la dimensione intima del racconto sentimentale senza però rinunciare alla sua capacità di scavare nella psicologia dei personaggi con precisione chirurgica.

La storia prende avvio in una notte di San Silvestro, quando Ana e Óscar si incontrano mentre entrambi compiono trent'anni. Lei vive in un appartamento condiviso, cambia spesso amici e cerca ancora la propria strada nella vita. Lui è medico per vocazione, sembra avere tutto sotto controllo, anche se si porta dietro il peso di una relazione instabile appena conclusa. L'incontro, l'innamoramento, l'inizio di una storia che li accompagnerà per un decennio intero. La struttura narrativa di Dieci capodanni è il suo tratto più originale e coraggioso. Ogni episodio funziona come un'istantanea scattata esattamente un anno dopo la precedente, sempre durante la notte di Capodanno. Questa scelta formale, lungi dall'essere un semplice artificio stilistico, permette di osservare l'evoluzione dei due protagonisti e della loro relazione attraverso momenti di massima intensità emotiva, quelli in cui si fa il bilancio dell'anno trascorso e si immaginano i mesi a venire.

A interpretare Ana c'è Iria del Río, attrice già nota al pubblico per i suoi ruoli nelle serie Elite e Velvet, mentre Francesco Carril - volto di film come Un amor, Ramona e La Reconquista - presta il suo volto a Óscar. Accanto a loro, un cast corale che include Pablo Gómez-Pando, Vladimir Perrin, Ana Telenti, Lucía Martín Abello e Ana Labordeta, figure che attraversano la vita dei protagonisti con diversi gradi di permanenza. Sorogoyen ha creato la serie insieme a Sara Cano e Paula Fabra, dirigendo personalmente alcuni episodi insieme a Sandra Romero e David Martín de los Santos. Ma è stata una scelta produttiva particolare a rendere unica l'esperienza di realizzazione: le riprese sono state condotte in ordine rigorosamente cronologico, permettendo agli attori di immergersi completamente nel processo di invecchiamento e trasformazione dei loro personaggi.

Quella fascia d'età tra i 30 e i 40 anni è un territorio narrativo spesso trascurato. Troppo vecchi per le storie di formazione, troppo giovani per i bilanci definitivi, i trentenni e i quarantenni vivono in una zona grigia dove si sommano pressioni sociali, biologiche, professionali ed esistenziali. È l'età in cui si decide se avere figli o no, se cambiare carriera o consolidarla, se quella relazione è davvero quella giusta o solo un compromesso. La scelta di ambientare ogni episodio durante il Capodanno amplifica questa tensione. La notte di San Silvestro è per definizione un momento di bilanci e promesse, un confine temporale carico di aspettative e, spesso, di delusioni. Vedere Ana e Óscar attraversare dieci di queste notti significa osservarli nei momenti di maggiore vulnerabilità e sincerità, quando le maschere cadono e emergono le verità che durante l'anno si possono ancora nascondere.

La serie è un'opportunità per osservare non solo una storia d'amore, ma anche due percorsi di crescita individuali che si intrecciano, si sostengono, a volte si ostacolano. Ana e Óscar non sono eroi romantici, sono persone normali che cercano di costruire qualcosa di significativo in un'epoca che rende tutto precario e provvisorio. E forse è proprio in questa normalità che risiede la forza maggiore di Dieci capodanni: nel ricordarci che le vite comuni, quelle che non finiscono sui giornali e non cambiano il mondo, sono comunque degne di essere raccontate con cura, rispetto e profondità.

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