Da quando ho ricordi, non è mai passato più di qualche giorno di distanza fra una serata al cinema e l’altra. Una settimana, al massimo. Certo, per carità, erano tempi in cui potevamo ancora limitarci a essere genuinamente disgustati dei droplet di saliva altrui senza per questo temere per la nostra incolumità, non lo metto in discussione.

Ma a maggior ragione, l’anno trascorso fra la mia ultima volta in sala, per Tenet, al Multisala Goldoni di Ancona, e il ritorno al cinema, al Giometti di Jesi per Shang-Chi, è un’amarissima prima volta.

Un’amara prima volta resa ancora più sgradevole da un contorno fatto di mesi di crisi del settore, tanto in Italia quanto in altre parti del mondo per motivazioni ben note e collegate agli sputazzi di cui sopra, in cui tanto noi che bazzichiamo questo ambiente per ragioni lavorative, oltre che di amore per questa forma d’intrattenimento, quanto i fruitori più o meno assidui della sala, abbiamo letto tutto e di più su come il comparto dovrebbe ripartire, su come sia importante non percorrere il day-and-date cinema e streaming. Abbiamo visto campagne per il rilancio tanto in America quanto in Italia (LO SPOT PER LA RIPARTENZA), ma quello che ho inevitabilmente constatato sulla mia pelle è che il maggiore nemico del cinema non è il COVID.

Non è lo streaming.

È il cinema stesso. Inteso come luogo, non come mezzo d’espressione, beninteso.

Lo aveva detto anche meglio di me un signore di nome Edward Norton nell’ottobre del 2019, mentre era intento a promuovere il suo Motherless Brooklyn. Quando Contagion non era ancora diventato realtà e stavamo ancora tutti amabilmente discutendo delle dichiarazioni di Martin Scorsese sui cinecomic Marvel.

Riporto solo un assaggio delle parole di Norton che potete trovare integralmente in questo nostro articolo:

Se ti devo dire quale sia, secondo me, la principale spinta al preferire Netflix rispetto all’andare al cinema ti posso citare senza dubbio la pessima qualità delle proiezioni offerte dalle sale, con bulbi esauriti e luminosità pessima. La gente non ha idea di quanto sia terribile la situazione delle sale cinematografiche americane […] Sono le catene cinematografiche che stanno distruggendo l’esperienza cinematografica. Punto. La colpa è solo loro. Regalano qualità audio scadente, immagini smorte e nessuno protesta.

Lo scorso agosto, quando la mia signora ed io siamo andati a vedere Tenet, abbiamo avuto molto da ridire circa la mediocre performance di Christopher Nolan, ma nulla da eccepire sulla qualità della proiezione. Immagini luminose, ben contrastate, buoni neri, surround ineccepibile.

Flash forward a tempi decisamente più recenti.

L’ex UCI di zona, che non ha mai brillato dal punto di vista tecnico così come gli altri della provincia di Ancona e a quanto pare di tutta la Regione Marche, ha riaperto cambiando gestione, tornando nelle mani dell’azienda che lo aveva inizialmente aperto e poi ceduto in affitto (così come tutti gli UCI della regione). Pensavamo fosse addirittura l’ultimo ad aver riaperto, ma all’appello manca ancora quello di Senigallia, ma non divaghiamo. Considerata la vicinanza con casa – 5 minuti letterali di macchina – decidiamo di armarci di FFP2 e green pass per andare a scoprire cos’hanno combinato i Marvel Studios con questo Shang-Chi perché non avevamo alternative. Con Black Widow e Jungle Cruise c’eravamo risparmiati la visione in sala per una ragione molto semplice: perché spendere 20 e passa euro fra biglietti e carburante per fare quasi 60km di strada andata e ritorno per vedere un film in una multisala che, nonostante i mesi di chiusura, non è stata rinnovata sul fronte della dotazione audio video? Per la stessa cifra, ci siamo visti entrambi i film a casa, su Disney+, su un televisore 4k di buone dimensioni, 65 pollici, accompagnato da un impianto casalingo 5.1 soddisfacente. Una scelta paradossalmente dettata proprio dall’amore per il cinema: i film vanno visti per bene, altrimenti non ha senso. Con la complicità della riapertura del multisala più vicino e consapevoli della mancanza di alternative che non comportassero il finire a al Movieland di Fabriano, ridente città conosciuta in tutto il mondo per le cartiere, l’impero del Merloni e la produzione di cappe aspiranti, ma che è meno comoda da raggiungere delle miniere di Moria, abbiamo deciso di effettuare questo salto di fede. Che, come potreste aver letto in un mio acceso post su Facebook, non è stato minimamente ripagato. Così come avevamo lasciato il multisala andando a vedere 1917 nella stessa serata in cui a Sanremo si giocava la finale del festivàl, così l’abbiamo ritrovata. Audio scadente – bassi letteralmente non pervenuti – e video peggio. Per darvi un’idea: nelle scene più scure non c’era soluzione di continuità fra il nero dei capelli di Simu Liu e lo sfondo dell’inquadratura.

Condividere quest’esperienza su Facebook è servito a farmi capire di non essere solo e che, data la mia posizione, professione e, perché negarlo, visibilità, era giunto il momento di dire a gran voce che è difficile pensare di far ripartire il cinema se la situazione delle sale, da Nord a Sud dello stivale passando per il mio adorato centro Italia, è simile a quella da me descritta. Non si può scegliere di dare più importanza alla vendita di bibite o pop-corn glassati proposti a dei prezzi fuori mercato, che al film in sé. In poche ore, le voci che si sono aggiunte alla mia lamentela sono state diverse. Potete verificare tranquillamente voi stessi qua sotto:

 

 

Purtroppo, non tutti hanno a portata di mano delle strutture tipo Arcadia Cinema, i nostri meravigliosi e amatissimi partner, o l’Anteo City Life, sale che conosco e che meritano rispetto perché loro, in primis, trattano coi guanti di velluto i film che vanno proponendo e chi decide di entrare dalle loro porte pagando il regolare biglietto d’ingresso.

Tutto questo accade anche se vi sto scrivendo dalle Marche, una regione mediamente benestante, la regione della Scavolini, delle Tod’s, dei cantieri dei Superyacht, di Roberto Mancini campione d’Europa, di Tamberi medaglia d’oro a Tokyo e di un Valentino Rossi prossimo alla pensione e alla paternità. Un posto dove hai la fortuna di avere tutto a portata di mano senza lo stress di altre regioni più densamente popolate o geograficamente scomode (beh, a parte andare a Fabriano, è chiaro), dove passi dallo splendore del Conero alla magia degli Appennini in 40 minuti di macchina. Abbiamo i moscioli DOP di Portonovo, il ciauscolo e le olive ascolane, ma evidentemente non possiamo avere sale altrettanto DOP (questo senza nulla levare ad alcune mono sala d’essai come quella dei nostri amici di NuovoCinema Azzurro, in prima linea per la settima arte anche quando si tratta di proiettare i film di Netflix che le sale di questo o quel circuito scacciano via lanciando l’acqua santa tipo padre Karras).

E non sarebbe neanche corretto tirare in ballo i mesi di chiusura, i mancati incassi, i ristori che non arrivano. Perché si tratta di problemi noti da anni, migliorie che andavano già fatte da prima che, in quel di Wuhan, venisse data notizia di una sindrome respiratoria sconosciuta che poi si è evoluta come si è evoluta. Magagne di cui io stesso ho parlato a marzo del 2019, in tempi non sospetti, con Enrico Ferrari, Regional Sales Head Central Eastern & Southern Europe Theatre Solutions Sony Professional Europe. Quando gli ho fatto notare che io stesso, rivedendo a casa in 4K Avengers: Infinity War avevo avuto un’esperienza molto più appagante di quella in sala, Ferrari ha affermato:

È assolutamente questo il pericolo che bisogna allontanare. Non bisogna far percepire il cinema come una qualità riproducibile a casa. Ed è per tale ragione che bisogna puntare all’eccellenza della qualità d’immagine, hai perfettamente ragione. Il cinema è un’esperienza sociale – usciamo, ci sono altre persone, abbandoniamo le quattro mura domestiche o magari è il luogo scelto per un primo appuntamento, il cinema è tante cose per la socializzazione – però è importante che sia un’esperienza unica. Se è riproducibile a casa diventa un problema per il cinema.

Molte persone questa percezione non ce l’hanno. Non ce l’hanno ora che il settore deve ripartire e convivere col COVID, ma non ce l’avevano neanche prima. In un periodo storico in cui – sempre e comunque premettendo una minima capacità di spesa per un settore non di prima necessità – i costi per avere degli impianti decenti fra le quattro mura domestiche sono alla portata di svariate tasche. In cui il cinema, specie per le demografiche più giovani, deve fare i conti con TikTok, degli streamer su Twitch più seguiti dei Telegatti di quando c’era Mike, videogiochi come The Last of Us II che fanno impallidire, per qualità di scrittura e messa in scena, i blockbuster di mezza Hollywood, con serie TV brillanti, ben fatte e di ogni tipo che attirano sempre più talenti (e pubblico).

Bisogna smetterla con la retorica dei fronti contrapposti, del cinema contro lo streaming, del cinema contro questo e contro quello e bisognerebbe cominciare a ragionare nello stesso modo fatto da Edward Norton in data 16 ottobre 2019. Bisognerebbe inaugurare un trend fatto di sana autocritica. Bisognerebbe che le major, le società di distribuzione, i registi stessi uscissero da delle torri d’avorio fatte d’ideali (e ovvio calcolo, perché la distribuzione in sala comporta anche un ritorno in termini d’immagine che le piattaforme streaming ora come ora non hanno) e, al posto di spendere soldi per le marchette d’influencer vari ed eventuali, si facessero un giro, cinema per cinema, regione per regione, a valutare lo stato di salute delle sale capendo toccando con mano il livello qualitativo tragico in cui, per un motivo o per l’altro, molte di loro versano. Con ovvie ripercussioni sulla visione dei film.

Amo il cinema.

Amo da sempre il cinema.

Da quando, ad appena tre anni, mia madre mi portò a vedere I Predatori dell’Arca Perduta in una seconda, ma anche terza visione, in un’arena estiva di Ancona.

Da quando, ad appena cinque anni, “costrinsi” mia madre, a spararsi due volte consecutivamente Ghostbusters al cinema – l’esatto momento della mia vita in cui mi si è accesa una lampadina sopra alla testa e ho pensato “È questo il settore in cui voglio lavorare da grande”.

Da quando ho visto Terminator 2 esaltandomi come un forsennato col mio migliore amico delle medie che ora, purtroppo, non è più su questo granello di polvere cosmica chiamato Terra, ma che resterà per sempre legato a una memoria meravigliosa e dolce come in un racconto di formazione di Stephen King.

Da quando si formavano delle file lunghe decine e decine di metri per Titanic o The Blair Witch Project* fuori da un bellissimo cinema di Ancona, il Coppi, purtroppo chiuso da quasi 20 anni.

La locandina che mi tormentava quando avevo 6 anni

Da quando il foyer del primo multisala della mia amata e odiata città (anch’esso con le serrande sbarrate da anni) era letteralmente traboccante di persone per Il Signore degli Anelli: la compagnia dell’anello.

Da quando, da piccolino, mi rintanavo nella poltroncina sotto al cappotto di mia madre perché quei Gremlins di Joe Dante e Steven Spielberg mi piacevano tantissimo, ma nell’attimo in cui diventavano cattivi, un peletto d’ansia me la mettevano addosso.

Da quando, per andare a scuola, passavo davanti a un cinema – con gli anni magicamente trasformatosi in banca – che esponeva il poster del Giorno degli Zombi di Romero ed evitavo di guardarlo perché mi terrorizzava.

Dalle decine di junket fatti in giro per il mondo e dalle innumerevoli sale di proiezione privata frequentate da Roma a Madrid, passando per l’immancabile Londra fino ad arrivare al primo film visto in sala con la mia compagna di vita**, una percentuale incredibile della mia vita è fatta di ricordi collegati alla magia del cinema.

E – diamine – se c’è una cosa che non voglio è pensare che il mio ricordo di Dune o di Matrix Resurrections finisca per essere collegato alla chaise longue del salotto.

 


*Alla fine vedemmo The Blair Witch Project seduti in terza fila in quella che era una sala da quasi 600 posti dotata di uno schermo enorme. Fui l’unico del gruppo a non soffrire la nausea.

**Se ve lo state chiedendo, era Still Life di Uberto Pasolini con Eddie Marsan e Joanne Froggat. Un magone assurdo che non abbiamo mai più rivisto e che non abbiamo intenzione di rivedere neanche sotto tortura ma al quale saremo per sempre intimamente legati.

Chiunque volesse intervenire in merito alla questione, può farlo scrivendo alla mail di redazione [email protected]