I fratelli Russo si sono complicati la vita così tanto che alla fine non sono riusciti ad uscirne. Nell’adattare questo romanzo in un film decisamente troppo lungo, hanno puntato tutto su Tom Holland senza mai riuscire a far fare alla sua apparenza fanciullesca il salto nell’età adulta e senza riuscire nemmeno, dall’altra parte, a portare la storia ad avere un senso proprio perché ha al centro questa figura fanciullesca che la agita. Sia lui, che interpreta il protagonista Cherry, che Ciara Bravo, che interpreta la sua ragazza Emily, sono volti e corpi prestati dal liceo all’amore criminale e alla guerra. Non sembrano mai davvero adulti anche quando lo sono e questo senza che il film riesca a lavorare su questo contrasto come faceva, per dire, un capolavoro come La rabbia giovane di Terrence Malick o anche un film meno immenso ma comunque riuscito come Baby Driver.

Cherry invece vuole essere tutto sebbene fatichi moltissimo ad essere anche solo qualcosa. Questa storia di un ragazzo che parte militare per necessità e non per convinzione, che torna con la crisi da stress post traumatico e poi passa attraverso altre forche caudine, è sia una storia di varie dipendenze (c’è anche la droga) che non ha la capacità di andare a fondo con i suoi paralleli come faceva Kathryn Bigelow, ma tratta il tema rapidamente e senza convinzione, che anche la storia di una persona ordinaria vessata in varie maniere da una società che lo sfrutta e lo abbandona. Ma anche qui non ha mai davvero la capacità di mettere contro il muro lo spettatore.

Perché Cherry questo vorrebbe, con le sue scene molto dure, con la sua musica non originale, con il suo fare criminale e attaccato alla realtà ma anche con un’impensabile e folle parte trascendentale che prende piede in un finale che pare quasi voler fare il lavoro di Pasolini, quello di trasfigurare le peripezie umane dei derelitti in un terreno quasi sacro grazie alla musica.
In realtà Cherry non crea mai vero interesse per figure impalpabili dai conflitti molto molto più piccoli delle grandi scene che li coinvolgono. Il massimo del lavoro sulle immagini è quello di identificare le varie fasi (esercito, crimine, vita romantica) con diverse color correction e cercare di sedersi sulle spalle di Full Metal Jacket per andare più in là, fare forse la parodia di quel mondo di addestramenti in una società che non è nemmeno più in grado di creare veri killer.

Scritto malissimo, questo film che cerca un’epica della non-epica e che del suo protagonista sconfitto sembra non amare niente (e perché quindi dovremmo affezionarci noi?), non sembra nemmeno diretto dalle due persone che sono riuscite a mettere insieme così tante trame, attori protagonisti, scenari diversi e stili diversi con omogeneità lungo il gran finale dell’era Marvel. Lasciati più liberi di perseguire quello che gli sta a cuore come filmmaker sono andati dalle parti del sovversivo (ma davvero i nomi delle banche storpiati dovrebbero essere un attacco a qualcosa?) e dall’attacco con una spada di plastica.

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