Interceptor, il film nel quale non credeva neanche il suo regista

Interceptor
Interceptor
di George Miller

Interceptor è su Netflix

“Speravo di finire tra i primi 10 su Netflix, ma arrivare al primo posto ovunque assolutamente no […] Non credo che [a Netflix] se lo aspettassero, sono confuso come tutti“. Parole e musica di Matthew Reilly, australiano, di mestiere scrittore di thriller che di recente ha scoperto la sua passione per il cinema e ha deciso di mettersi alla prova non solo con una sceneggiatura originale ma anche con la regia della stessa opera. Che si chiama Interceptor, proprio come il primo Mad Max, e come Mad Max (e il suo autore) è australiana, un fattore che ha contribuito in maniera decisiva al suo successo come vedremo dopo. Interceptor è un thriller che se avesse Chuck Norris al posto di Elsa Pataky potrebbe sembrare uscito direttamente dagli anni Ottanta, è il genere di c.d. “B-movie” che un tempo avrebbe spopolato in direct-to-video, e soprattutto ha mandato nel panico Netflix e il suo stessa regista perché, contrariamente alle aspettative, ha avuto successo.

È facile interpretare le parole di Reilly nel modo più buffo possibile, e cioè: “Il mio film fa schifo, sono sorpreso quanto voi che sia andato bene”. In realtà noi crediamo che Reilly volesse dire qualcosa di leggermente diverso: “Il mio film appartiene a un genere ormai passato di moda e ha pochissimi abbocchi per piacere al pubblico medio di Netflix, sono sorpreso quanto voi che sia andato bene”. Perché Interceptor è davvero un film che sembra uscito da un’altra epoca. A partire dalla scrittura, che porta impressi i segni delle radici letterarie di Reilly, uno che ha passato la carriera a scrivere thrilleroni alla Ludlum/Clancy e che qui si inventa una storia di terrorismo e claustrofobia sulla carta indistinguibile da decine di altre storie simili uscite negli ultimi quarant’anni.

Interceptor Elsa

I paragoni più facili e immediati sono con i già citati film di Chuck Norris e Steven Seagal, ma anche con certi thriller politici tipo The Rock. Come nel film di Bay, anche qui abbiamo un terrorista (Luke Bracey, che non si è ancora ripreso del tutto dal remake di Point Break) che prende possesso di un edificio pubblico e da lì minaccia di fare danni irreparabili a meno che… il governo americano non ceda alle sue richieste? No! Il primo colpo di genio di Interceptor è che alza immediatamente la posta in palio: i terroristi non sono interessati a negoziare, l’unica cosa che vogliono fare è bombardare l’America con decine di testate nucleari e distruggere le principali città del Paese. Non c’è quindi la classica struttura “a tempo” nella quale i nostri eroi devono risolvere la situazione prima che scada l’ultimatum dei terroristi, ma una vera e propria corsa contro l’apocalisse: prima o poi quei missili saranno lanciati, e l’unica speranza è sgominare l’intera banda di terroristi prima che ciò accada.

L’altro dettaglio interessante della storia di Interceptor è che è ambientato tutto all’interno di una base missilistica americana deputata a fungere da scudo spaziale – i terroristi la occupano non solo per usarla come base di lancio per le loro testate, ma anche perché disattivandola hanno la possibilità di lanciare suddette testate senza che vengano intercettate. Come da copione, però, i cattivi non hanno fatto i conti con l’ultima soldatessa superstite: Elsa Pataky, che nel film non assurge al ruolo di supereroina solo perché manca il momento soprannaturale in cui acquisisce i suoi poteri – al netto di questo dettaglio, il suo personaggio è una sorta di surreale cyborg uscito da un best of dei migliori thriller degli anni Ottanta e Novanta, un Bruce Willis in Die Hard ma competente e senza paura, la definizione stessa di one man army.

Elsaceptor

Interceptor è quindi innanzitutto uno showcase d’azione, nel quale Elsa Pataky dimostra di saperci fare con le botte più di tante celebrate colleghe, e Matthew Reilly dimostra di aver studiato alla scuola del thriller/action e mette in piedi una regia discreta e mai troppo invadente, che capisce che in un film del genere la celebrazione della protagonista è più importante del virtuosismo. Il risultato è un film indubbiamente vecchio per concezione e messa in scena (nonostante i tentativi di appiccicare qualche istanza femminista al passato di Elsa, che però sembra infilata più per senso del dovere che perché in grado di arricchire la storia e il personaggio), ma sempre piacevole, ritmato e anche capace di non prendersi troppo sul serio. Niente di originale o sconvolgente, ma stiamo parlando di una piattaforma di streaming sulla quale per un certo periodo Bright è stato il film più visto – in quest’ottica, il successo di Interceptor non è così shockante.

C’è un’ultima cosa da dire sul film, e sulla sua produzione, che potrebbe aiutare a spiegare come mai Interceptor sia riuscito a rimanere per qualche giorno in cima alla lista degli originali Netflix più visti al mondo: è un film australiano. Meglio: è uno dei cinque film che rientrano nell’accordo stretto tra Netflix e Chris Hemsworth, e che l’attore australiano (e marito proprio di Elsa Pataky, incidentalmente) ha deciso di produrre per fare pubblicità al suo Paese – e infatti l’accordo prevede che questi cinque film vengano girati in Australia con maestranze locali. Si tratta quindi di un film fortemente voluto da una delle più grandi star del cinema mondiale contemporaneo, che ha scelto Netflix come piattaforma per provare a rilanciare la sua patria (e che si ritaglia anche un buffo cameo nel film): non è difficile immaginare che Netflix l’abbia spinto a botte di algoritmi, e l’abbia fatto comparire su tutte le home page del mondo e suggerito con una certa frequenza (come ha fatto anche con un altro dei cinque film dell’accordo uscito da poco, Spiderhead). Il fatto che Interceptor infili alcune delle sue sequenze migliori nei primi dieci minuti potrebbe avere fatto il resto, e convinto milioni di persone ad arrivare in fondo, tifando fortissimo per Elsa Pataky e lasciando Matthew Reilly a bocca aperta.

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