Sam Raimi non voleva Venom nel suo Spider-Man 3. Al posto dell’iconico Villain ci sarebbe dovuto essere l’avvoltoio. Il regista ha spesso dichiarato di aver trovato Venom poco umano, poco stimolante per una pellicola che avrebbe dovuto essere più di un semplice show pirotecnico di effetti speciali in computer grafica. Dice di averlo capito man mano, di avere trovato la chiave emotiva per filmarlo durante le riprese. Se è successo veramente la cosa non appare particolarmente nel film. È chiaro infatti che al personaggio non è stata tributata alla stessa attenzione e la stessa passione di un Dottor Octopus o di un Goblin. A lui è riservato uno spazio nel terzo atto del film, dove non ha mai il tempo di presentarsi con una propria personalità.

Il simbionte, a differenza della recente interpretazione nei film Sony, è un gregario. Ha la caratura psicologica di chi lo indossa. Non c’è Venom senza Peter Parker e nemmeno senza Eddie Brock. Il resto è solo una sostanza catramosa che si muove seguendo impulsi e istinto. Il modo in cui Sam Raimi l’ha gestito nel terzo capitolo della trilogia ha scaldato gli animi (e tuttora genera volentieri animate discussioni tra gli appassionati). È sicuramente imperfetto e affrettato, ma si è portato con sé anche una fama che non gli spetta. Venom non si può dire pienamente riuscito, ma non è lui ad avere rovinato Spider-Man 3.

Il film del 2007 ha tanti inciampi ma, pur essendo sostanzialmente un’opera su commissione, non manca di personalità. Che siano i salti da un palazzo mentre una gru impazzita lo distrugge, o l’eterno tormento di un ragazzo sempliciotto di ritrovarsi principe improbabile e inadeguato per la sua principessa, Spider-Man 3 ha una visione e ha qualcosa da dire. Che poi l’occhio manchi di qualche diottria e il messaggio arrivi confuso è un altro discorso. 

Il film che voleva fare Sam Raimi prima delle molte riscritture è chiaramente una storia di uomini di sabbia. Personalità che si sgretolano in mille pezzi, che non riescono a tenersi insieme se non a fatica e con un pizzico di magia. Al villain è addirittura tributata una toccante scena, poi eliminata, che ben delinea il rapporto con la figlia Penny. Sandman è un simbolo fortissimo, e soprattutto un spettacolo visivo. La sola scena della sua nascita, dove una forma si origina gradualmente dall’unione di più granelli, è inquietante e commovente. Non serve interrogarsi troppo per capire come mai il regista volesse fare reggere il film su di lui. Ma non quello che abbiamo visto noi.

È arrivata infatti la Sony, con le pressioni per inserire il simbionte nella sua forma finale, a scombussolare i piani. Ciò che risultò dall’incontro di queste due volontà, quella dell’autore e della produzione, fu però un risultato molto sbilanciato in favore di questi ultimi. Tanto da scaraventare l’Uomo Sabbia di Thomas Haden Church fuori dall’equilibrio narrativo come un corpo estraneo. È lui, infatti, l’aggiunta non necessaria – per quanto ben riuscita e affascinante – che allunga la trama facendole perdere compattezza.

 

Spider-Man 3

 

Se ragioniamo a blocchi narrativi Harry Osborn e Peter Parker sono strettamente intrecciati. Era inevitabile il duetto per chiudere l’unico arco narrativo di un nemico che ha attraversato tutta la trilogia. Lo Spider-Man di Raimi combatte con il senso di colpa nel primo film e con la dualità della sua esistenza nel secondo. L’Uomo Ragno è un alter ego pesante per Peter. L’impegno da supereroe e quello da giovane con modeste aspirazioni, ma grandi sogni repressi, vanno in contrasto. Quello che affronta il Dottor Octopus è un vigilante che si mette i bastoni tra le ruote, che si castra nel desiderio di essere meno super e più umano. Alla fine del film la conciliazione tra i poteri e le responsabilità è compiuto, ma molto fragile.

All’inizio di Spider-Man 3 è il supereroe ad aver preso il sopravvento. Peter compie atti di coraggio privato, si gode la vita al massimo. Poi arriva Venom, o meglio, il simbionte. Lui è l’elemento di disequilibrio, non certo Flint Marko. Flash Thompson era un doppio di Peter: fa il suo stesso lavoro, è ambizioso, ma più scorretto. Otto Octavius era l’immagine distorta del genio del “pavido Parker” senza la fortuna di essere punto da un ragno radioattivo invece che venire fuso con braccia meccaniche. Goblin Harry, più che Norman, spiega quello che succede nella Marvel ad avere i soldi, ambizioni, ma un padre squilibrato.

Invece lo zio Ben, con quel “da un grande potere derivano grandi responsabilità” ha salvato Peter dal diventare la sua stessa nemesi.

Quando arriva il simbionte sconvolge l’armonia che Spider-Man ha faticosamente raggiunto. Porta in avanti l’ego, il senso di giustizia individuale al posto di quella collettiva. Genera un’esilarante versione “emo”, con un’ironia trash più controllata e cercata da Sam Raimi di quanto si pensi. Gli fa indossare il costume nero. Nel trailer si specchiava con la versione “chiara”, un’immagine fin troppo semplice del lato oscuro. Nel film l’Uomo Ragno invece vede riflesso nei vetri di un palazzo solo quello che è. Non convivono due anime, una sola ha preso il sopravvento.

È qui Venom, il veleno che corrode e che crea dipendenza come una droga. Quel gusto perverso di cedere all’istinto, abbandonarsi alla vendetta, diventare il centro del proprio mondo. Peter è cieco perché non vede oltre a quella che è la sua realtà presente. “Da un grande potere derivano grandi responsabilità” è invece un motto che proietta in avanti e fuori, verso gli altri.

Quello che è vero è che in Spider-Man 3 non c’era affatto bisogno di vedere Venom, bastava il simbionte. Però, senza un quarto capitolo già previsto, a Sam Raimi restava una sola via: confrontare il bene contro il male e far vincere il primo. Che film sarebbe stato se, invece, fosse rimasta una macchia nera sul costume immacolato. Un monito di quanto sia difficile restare fedeli ai propri principi. 

Harry viene usato come un “villain ex machina” che viene, va, si arrabbia, si ravvede e salva la situazione. Ma è come se la sua presenza sullo schermo venisse costantemente sacrificata per lasciare spazio all’Uomo Sabbia. Il suo Goblin è però perfettamente coerente con il cuore del film. Corruzione, squilibrio, ego. Ancora più di Eddie Brock, il giovane Osborn è Peter Parker al contrario. Fa letteralmente il percorso opposto: inizia animato dalla sete di vendetta, poi ritorna in sé, infine trova l’equilibrio tra i poteri e la sua umanità. Peter invece inizia il film in armonia, lascia prevalere poi la sua forza sovrumana, e infine ritorna più fragile che mai (sotto il costume strappato emerge un volto spaventato).

Spider-Man 3 è un film strappato, che fallisce in gran parte dei suoi propositi, eccezion fatta per quello spettacolare. Un’opera bulimica che accumula personaggi e temi senza trovare bene la quadra a tutti. Ma se ci fosse la possibilità di tornare indietro e sfoltire qualche parte, il personaggio da buttare dalla torre (magari lasciandolo per il quarto film mai fatto) doveva essere Filnt Marko. L’Uomo Sabbia. Lo spazio lasciato avrebbe potuto essere colmato da un tentativo di delineare meglio Venom. Personaggio sbagliato, ma vero cuore visivo e tematico del film. Forse l’avrebbe salvato.