Rambo III è su Netflix

Rambo III è quello che succede quando un autore prende definitivamente una decisione su una sua opera – e sbaglia bersaglio. Inventato da David Morrell e portato sul grande schermo da Sylvester Stallone, John Rambo è sempre stato un personaggio complesso e sfaccettato: reduce dalla guerra del Vietnam, una macchina per uccidere ma anche un ex soldato stanco e soprattutto deluso dopo essere stato usato e abbandonato dal suo stesso Paese; un uomo che vorrebbe solo essere lasciato in pace, ma che è pronto a rispondere alla chiamata delle armi se se ne presenta la necessità. In Rambo la necessità era indotta: braccato dalla polizia locale per un crimine che non aveva davvero connesso, si reinventava soldato per sopravvivere a una caccia all’uomo che rappresentava per lui solo l’ennesimo tradimento degli Stati Uniti nei suoi confronti. In Rambo 2, come illustra il titolo italiano, era una questione di vendetta: John Rambo tornava in Vietnam, il luogo che più di tutti lo aveva formato, e lo trovava vuoto e post-bellico, ma pericoloso come sempre, e così coglieva l’occasione per vendicarsi, appunto, dei nemici ma anche dei presunti amici. C’era azione, c’erano esplosioni, c’era un kill count altissimo e c’era gente fatta saltare in aria con una freccia, ma c’era anche politica, disillusione, rabbia, il grido di dolore di un uomo abbandonato. In Rambo III non c’è nulla di tutto questo, in compenso c’è quello che per anni è stato (e forse è ancora) il numero più alto di vittime ed esplosioni in un singolo film – e per quanto possa sembrare strano dirlo, è il suo problema più grosso.

Più ancora che i due film precedenti, Rambo III è una creatura di Stallone, che figura come sceneggiatore insieme a Sheldon Lettich (un ex militare che ha scritto anche un po’ di film di Va Damme) e che ha avuto l’ultima parola su ogni passaggio della catena produttiva. A partire appunto dalla sceneggiatura, che inizialmente era stata affidata all’autore di Bullitt e Danko Harry Kleiner; Stallone lesse la sua versione e la respinse, coinvolgendo Lettich e scrivendo insieme a lui la storia del viaggio di John Rambo in Afghanistan per salvare il colonnello Trautman. C’è poi la questione della regia, alla quale Stallone volle personalmente Peter MacDonald, affidabilissimo regista di seconda unità con una carriera dietro le quinte dei blockbuster (gli ultimi a cui ha lavorato sono il primo, terzo e quarto Harry Potter e il pessimo X-Men le origini – Wolverine) e per il quale Rambo III era il debutto dietro la macchina da presa; Sly lo volle dopo aver licenziato personalmente la sua prima scelta, Russell Mulcahy, il regista di Highlander nonché di questo video:

La storia del licenziamento di Mulcahy, raccontata qui dallo stesso Stallone, è emblematica. Racconta Sly che Mulcahy fu spedito sul set del film, in Israele, con un paio di settimane di anticipo rispetto all’inizio delle riprese, con il compito di assoldare una ventina di attori per interpretare i soldati russi che Rambo avrebbe decimato nel corso del film. «In teoria avrebbero dovuto farti gelare il sangue» dice Stallone «ma quando sono arrivato sul set ho trovato una ventina di ragazzi carini, biondi e con gli occhi azzurri, che sembravano appena usciti da un concorso per surfisti. Ovviamente Rambo non ha paura della concorrenza, ma un gruppo di fotomodelli di terza categoria potrebbe essere un nemico troppo terribile per lui; lo spiegai a Russell che mi disse che non era d’accordo, per cui gli risposi di prendere il suo esercito plissettato (in originale è “chiffon army”, ma così suona meglio in italiano) e alzare i tacchi».

In sostanza, Stallone prendeva molto sul serio Rambo III (in questa intervista dell’epoca al LA Times parlava della “tela del film”), al contrario del resto del cast e della crew. A partire dal regista: Sly considerava MacDonald “il miglior operatore di macchina del mondo” ed era convintissimo, dopo avergli visto dirigere le scene di azione di Rambo 2, che fosse l’uomo giusto per il mestiere. Da parte sua, ecco come MacDonald ricorda il film: «Non stavamo girando Shakespeare, e a tratti era difficile prendere [il film] sul serio». Capirete da soli che la distanza tra l’uomo solo al comando e il resto della troupe era troppa perché non si riflettesse sul risultato finale – e infatti Rambo III è un deciso passo indietro rispetto ai primi due capitoli.

 

Bandana

 

Prima di tutto è piatto e monodimensionale. Scordatevi le nuance del primo film ma anche i momenti inaspettatamente dolci e umani del secondo: il film inizia con Rambo che è sostanzialmente diventato una divinità locale in Thailandia (una sequenza parodiata alla perfezione, come un po’ tutto il resto del film, in Hot Shots! 2), prosegue con un gran rifiuto che assomiglia molto al modo in cui si sarebbe potuto chiudere il primo Rambo – John si ritira, Trautman prova a convincerlo a tornare in azione, lui declina e si allontana solitario verso il tramonto –, dopodiché introduce tutto quello che serve per far arrabbiare Rambo (i russi) e da lì innesta il pilota automatico, e lascia che il soldato John faccia quello che sa fare meglio.

Non c’è critica, non c’è approfondimento, non ci sono sottigliezze: i cattivi sovietici fanno arrabbiare Rambo e lui li macella tutti, perché in fondo non ha mai smesso di essere una macchina da guerra, e questa volta non ha neanche il tempo di fermarsi un attimo a riflettere o a valutare la sua situazione; succede tutto molto in fretta, e soprattutto con un senso di ineluttabilità, di piano inclinato verso il massacro, che è l’opposto della frizione costante tra “vorrei fare” e “devo fare” con cui incedeva il primo capitolo. La stessa scelta del luogo dell’azione e dei villain di turno tradisce una lettura fin troppo semplicistica della realtà: in Rambo il cattivo era l’America, in Rambo 2 tutto il mondo, in Rambo III invece è l’Unione Sovietica, in un momento storico peraltro nel quale si stava tentando un riavvicinamento tra i due blocchi.

 

Coppia

 

(c’è pure, ma questo è tutto senno di poi e non si può certo fare una colpa a Stallone della sua miopia geopolitica, una buona dose di ironia nella scelta di ambientare il film in Afghanistan durante l’invasione russa, e di dipingere i mujāhidīn come eroi, quasi santi che lottano per la libertà – giusto qualche anno prima che l’America li considerasse troppo pericolosi e scegliesse invece di appoggiare i talebani durante la guerra civile che seguì alla caduta della Repubblica Democratica dell’Afghanistan nel 1992)

Tutto questo andrebbe anche bene se non fosse che viene declinato nel modo più lineare e prevedibile possibile; e nei rari momenti in cui la sceneggiatura prende pieghe inaspettate (la partita di… come si chiama? polo con la capra morta?) lo fa con la scarsa serietà di cui parlava MacDonald nell’intervista. Certo, le sequenze d’azione sono tante, sono esageratissime nell’accezione più nobile del termine (al tempo e per qualche anno a venire Rambo III fu il film con la produzione più costosa della storia), sono strapiene di cadaveri e di momenti spettacolari. Ma sono momenti sterili, che non portano da nessuna parte dal punto di vista narrativo e che funzionerebbero allo stesso modo anche se fossero piccoli cortometraggi di ultraviolenza senza la necessità di un intero film intorno. Dopo il bivio finale di Rambo 2 (“Come vivrai ora?” “Giorno dopo giorno”), con Rambo III Stallone poteva scegliere due strade: tornare alle origini del personaggio e raccontare l’uomo John Rambo e i suoi traumi, oppure puntare tutto sul supereroe John Rambo e sulle sue frecce esplosive. Può suonare strano, soprattutto perché parliamo di un film che è anche molto divertente da riguardare e contiene alcune delle migliori one-liner della saga, ma se lo chiedete a noi ha fatto la scelta sbagliata.