Rambo III fa il passo più lungo della gamba
Rambo III è il film nel quale il reduce del Vietnam smette di essere un personaggio tragico e compie definitivamente il salto nell’Olimpo dei supereroi
Rambo III è quello che succede quando un autore prende definitivamente una decisione su una sua opera – e sbaglia bersaglio. Inventato da David Morrell e portato sul grande schermo da Sylvester Stallone, John Rambo è sempre stato un personaggio complesso e sfaccettato: reduce dalla guerra del Vietnam, una macchina per uccidere ma anche un ex soldato stanco e soprattutto deluso dopo essere stato usato e abbandonato dal suo stesso Paese; un uomo che vorrebbe solo essere lasciato in pace, ma che è pronto a rispondere alla chiamata delle armi se se ne presenta la necessità. In Rambo la necessità era indotta: braccato dalla polizia locale per un crimine che non aveva davvero connesso, si reinventava soldato per sopravvivere a una caccia all’uomo che rappresentava per lui solo l’ennesimo tradimento degli Stati Uniti nei suoi confronti. In Rambo 2, come illustra il titolo italiano, era una questione di vendetta: John Rambo tornava in Vietnam, il luogo che più di tutti lo aveva formato, e lo trovava vuoto e post-bellico, ma pericoloso come sempre, e così coglieva l’occasione per vendicarsi, appunto, dei nemici ma anche dei presunti amici. C’era azione, c’erano esplosioni, c’era un kill count altissimo e c’era gente fatta saltare in aria con una freccia, ma c’era anche politica, disillusione, rabbia, il grido di dolore di un uomo abbandonato. In Rambo III non c’è nulla di tutto questo, in compenso c’è quello che per anni è stato (e forse è ancora) il numero più alto di vittime ed esplosioni in un singolo film – e per quanto possa sembrare strano dirlo, è il suo problema più grosso.
La storia del licenziamento di Mulcahy, raccontata qui dallo stesso Stallone, è emblematica. Racconta Sly che Mulcahy fu spedito sul set del film, in Israele, con un paio di settimane di anticipo rispetto all’inizio delle riprese, con il compito di assoldare una ventina di attori per interpretare i soldati russi che Rambo avrebbe decimato nel corso del film. «In teoria avrebbero dovuto farti gelare il sangue» dice Stallone «ma quando sono arrivato sul set ho trovato una ventina di ragazzi carini, biondi e con gli occhi azzurri, che sembravano appena usciti da un concorso per surfisti. Ovviamente Rambo non ha paura della concorrenza, ma un gruppo di fotomodelli di terza categoria potrebbe essere un nemico troppo terribile per lui; lo spiegai a Russell che mi disse che non era d’accordo, per cui gli risposi di prendere il suo esercito plissettato (in originale è “chiffon army”, ma così suona meglio in italiano) e alzare i tacchi».

Prima di tutto è piatto e monodimensionale. Scordatevi le nuance del primo film ma anche i momenti inaspettatamente dolci e umani del secondo: il film inizia con Rambo che è sostanzialmente diventato una divinità locale in Thailandia (una sequenza parodiata alla perfezione, come un po’ tutto il resto del film, in Hot Shots! 2), prosegue con un gran rifiuto che assomiglia molto al modo in cui si sarebbe potuto chiudere il primo Rambo – John si ritira, Trautman prova a convincerlo a tornare in azione, lui declina e si allontana solitario verso il tramonto –, dopodiché introduce tutto quello che serve per far arrabbiare Rambo (i russi) e da lì innesta il pilota automatico, e lascia che il soldato John faccia quello che sa fare meglio.

(c’è pure, ma questo è tutto senno di poi e non si può certo fare una colpa a Stallone della sua miopia geopolitica, una buona dose di ironia nella scelta di ambientare il film in Afghanistan durante l’invasione russa, e di dipingere i mujāhidīn come eroi, quasi santi che lottano per la libertà – giusto qualche anno prima che l’America li considerasse troppo pericolosi e scegliesse invece di appoggiare i talebani durante la guerra civile che seguì alla caduta della Repubblica Democratica dell’Afghanistan nel 1992)