Belfast: il film altalenante che Kenneth Branagh si è dimenticato di finire
Nei finali c'è molto del film. Quello di Belfast è insoddisfacente, perché quando si parte è importante anche sapere come si torna a casa
Le parti migliori sono, come da copione, portate a casa da Ciarán Hinds e Judi Dench. Perfette per calore, composizione dell’inquadratura, e valore nella crescita di Buddy, il bambino protagonista e alter ego del regista. Nella parte dei nonni condividono sempre l’inquadratura, ampissima, dei dialoghi. C’è sempre un personaggio di troppo che ascolta defilato. Il nonno e il nipote parlano in cortile della bambina che il piccolo vuole conquistare a scuola. La nonna, lontana alla finestra ascolta e interviene come ultima parola della discussione. Ancora, quando i due anziani si confrontano sui temi più duri, la malattia, il lasciare casa, c’è Buddy in mezzo a loro che guarda, forse non capisce, ma assorbe tutte quelle informazioni. Bellissimo.
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Belfast raccontato tra retorica ed esagerazioni
Solo che tutto è condotto con una retorica stridente perché non necessaria. I bambini vivono emozioni amplificate, fuori controllo, rispetto a quelle degli adulti. Nell’esistenza di chi sta scoprendo il mondo non c’è spazio per l’artificio linguistico messo in campo per aumentare l’impatto di quello che si sta vivendo. In un film che pretende di essere plausibile, il padre supereroe che disarma l’avversario lanciandogli un sasso contro la pistola come un cowboy è ridicolo. A meno di confermare che quella è solo l’immaginazione del bambino, cosa che però Branagh non fa.
Consapevole di avere nel cast una faccia che da sola vende il film, ovvero quella di Jude Hill, il regista indugia sul suo range espressivo. Non sempre gli fa un favore. È difficile far recitare bene un bambino, ci mancherebbe altro, e allora perché non lasciarlo essere spontaneo? Invece no, in ogni momento, anche il più stereotipato, si aggiungono cliché a non finire.

Un finale emozionante ma tronco quello di Belfast
Tra momenti buoni, e altri pessimi, il film si ferma poco prima della sua vera conclusione. Lo fa con un momento teatrale, da grandi applausi, con un primo piano intensissimo di Judi Dench che guarda in camera il nipote, noi, e il regista, e gli dice di andare. "Avanti, via da Belfast, verso il tuo futuro!"
Invece il film non trova quella conclusione così logica e così preparata. Al centro degli intrecci ci sono tantissime questioni che solo il tempo può risolvere. Il Billy Clanton di Colin Morgan, amico e rivale del padre, che combatte per i Protestanti è un personaggio irrisolto. Avrà la possibilità di cambiare? Come finirà la sua storia? L’amicizia con la piccola Catherine subisce la stessa fine. Troncata nel finale pieno di buone intenzioni di unione e armonia nella diversità. Sì, ma poi? Le premesse che alludono alla fine del male assurdo tra quelle persone si realizzeranno?
L'importanza di tornare a casa
Servivano perciò altri minuti, magari nei colori del Buddy adulto, per far vedere come tutte queste vicende siano risuonate nella vita che ne è seguita. Sarebbe stato bello tornare lì e vedere che cosa è cambiato non solo nei luoghi, ma nelle persone e nell’aria che si respira. Insomma, dare una conclusione anche agli altri che hanno accompagnato Buddy fino a quel momento traumatico di fine dell’infanzia.
Nel già citato Nuovo cinema paradiso Giuseppe Tornatore parlava dei luoghi capendo una cosa importante: che si possono conoscere veramente non mentre si vivono, ma quando si torna. E non basta l’apertura con le immagini a colori che raccontano la città come è adesso. Serviva farli confrontare nuovamente con un protagonista diverso, plasmato dalle esperienze che ha trovato al di fuori, per arrivare a delle vere emozioni. Lì sì che il coinvolgimento in prima persona di chi ha raccontato questi fatti avrebbe dato una prospettiva diversa. Quella di chi ha lasciato ricordi ed esperienze su quella strada.
Invece Belfast ha scelto la via più semplice che è in realtà anche quella meno intima. Cioè di mettere in scena i ricordi usando tutte le convenzioni che il cinema ha a disposizione. Proteggendosi così, mettendo al riparo la propria intimità, ma smussando la portata di un film tanto facile da amare quanto è facile da dimenticare.
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