Cape Fear – Il promontorio della paura è peggio di uno home invasion
Cape Fear – Il promontorio della paura rilegge lo home invasion partendo da una domanda: come fai se sai già che verrai invaso?
Cape Fear – Il promontorio della paura è su Amazon Prime Video
Più che uno home invasion, Cape Fear è un reality invasion. La storia, arcinota ma che fa sempre bene ricordare, è quella di Max Cady, uscito dal carcere dopo una condanna di 14 anni per stupro e violenze, e di quello che al tempo della sua incarcerazione era il suo avvocato difensore, Sam Bowden. Bowden non riuscì a evitare la galera al suo cliente, e anzi fece qualcosa che non avrebbe dovuto fare dal punto di vista professionale per assicurarsi che finisse dietro le proverbiali sbarre. Cady è quindi tornato in cerca di vendetta, e sembra particolarmente interessato alla figlia non ancora sedicenne dei coniugi Bowden.
Un altro film più semplice di Cape Fear avrebbe preso questo spunto e l’avrebbe trasformato in un classico home invasion, con la famiglia intrappolata nella propria villona e il mostro che li perseguita e li tortura, psicologicamente e fisicamente. Max Cady, però, ha passato i suoi 14 anni di carcere a leggere, a studiare filosofia e legge, a farsi una cultura e anche a costruirsi un personalissimo sistema morale; è più Alex DeLarge che il cattivo di un generico The Purge, è un villain filosofico che non vuole limitarsi a fare del male a Bowden, vuole “insegnargli il significato della parola ‘perdita’”.
Il risultato, metafore culinarie a parte, è che in Cape Fear la tensione cresce costantemente e soprattutto inesorabilmente: è un film di gente inerme di fronte a un sistema che, come spiega Robert Mitchum (che insieme a Gregory Peck ha una particina in omaggio al film originale), è tarato per reagire a casi generali e generici, ed è pieno di falle di fronte a situazioni complesse e che richiedono troppo contesto. Cady è un serpente, un mutaforma, capace di adattarsi alla situazione e di uscirne sempre illeso (tranne quando ne esce ferito, che è poi il momento del suo massimo trionfo). È inesorabile, e a tratti sembra di vedere L’esorcista con Robert De Niro a fare Pazuzu e Nick Nolte nei panni di Ellen Burstyn, che prova e riprova e cerca soluzioni sempre più elaborate a un problema che è evidente ma che il resto del mondo non sembra voler riconoscere.
La particolarità della situazione, poi, rende Cape Fear particolarmente provocatorio. Perché è vero che Cady è un mostro, uno stupratore, un omicida, una persona socialmente pericolosa. Ma è anche vero che il cuore della questione non è il suo reato di quattordici anni prima, ma il fatto che il suo avvocato difensore, fornitogli dallo Stato e che segue un rigidissimo codice di deontologia professionale, ha commesso un atto di grave negligenza mettendo il proprio personale giudizio morale davanti alla legge e ai suoi meccanismi. È impossibile, una volta conosciuta la storia, non pensare “ha fatto bene! L’avrei fatto anch’io”, a meno che non si abbia una laurea in legge: Cape Fear è un film di avvocati, che tra uno stupro e un poveraccio garrotato parla a lungo del mestiere di avvocato, di cosa significhi rappresentare la legge, di quanto il sistema faccia paura anche a chi ci lavora dentro.
Anche lo spazio che viene concesso alla figlia Danielle serve soprattutto per far brillare di riflesso Cady e le sue doti affabulatorie. A proposito, finora non abbiamo fatto (troppi) nomi ma, oltre a De Niro e Nolte che sono entrambi in uno stato di grazia clamoroso, il resto del cast occupa alla grande le caselle che vengono loro riservate, e riesce a strizzarsi e farsi notare anche in mezzo ai due giganti. È soprattutto Juliette Lewis/Danielle che ruba la scena, più di quanto faccia la madre Leigh/Jessica Lange: in un film che è spesso esagerato ai confini del caricaturale (a scanso di equivoci, è un bene), lei interpreta la perfetta Lolita, la cui sola presenza fa alzare istantaneamente la posta in palio, perché a rischio non c’è più solo Bowden (che, come dicevamo, è in quella situazione per un motivo) ma il simbolo stesso dell’innocenza.
Cape Fear sarebbe dovuto finire in mano a Steven Spielberg, che però lo cedette a Scorsese in cambio di Schindler’s List in quello che è uno dei più clamorosi casi di scambi di figurine della storia del cinema. Il risultato è che il previsto tocco Amblin scompare completamente, e il suo posto è preso da un altro regista enorme che aveva una gran voglia di divertirsi e soprattutto di omaggiare Hitchock (già influenza decisiva sull’originale del 1962). Cape Fear gronda di inquadrature e transizioni hitchcockiane, macchiate anche da un certo gusto cromatico che sembra più figlio del giallo all’italiana. È insomma un film ragionevolmente vintage, nell’approccio e nella messa in scena: lo si potrebbe persino definire, con un altro forestierismo, un divertissement, Scorsese che fa Hitchcock ma ci aggiunge un carico di violenza, arroganza e massimalismo che è tutto suo.