Catwoman è inaccettabile, ma è anche storia
Catwoman è un film tremendo, ma è anche uscito da abbastanza tempo da avere un certo innegabile valore storiografico
Catwoman è su Prime Video
Intendiamoci, il fatto di essere interessante non è necessariamente un merito di Catwoman – più che altro la logica conseguenza del fatto di essere un film di quasi vent’anni fa, uscito quattro anni prima del primo Iron Man, che insieme ai (e forse più dei) Batman di Nolan è il vero punto di svolta nella storia contemporanea dei cinecomic. Era il 2004, l’anno per esempio del primo Hellboy e del secondo Spider-Man di Raimi: allora aveva senso pensare che il futuro del genere sarebbe potuto passare dalle mani dei grandi autori. Ma era anche l’anno di The Punisher, e aveva altrettanto senso preoccuparsi del fatto che forse Hollywood non avesse capito nulla di come passare dalla carta al grande schermo.
Insomma erano tempi incerti, e ogni nuovo cinecomic doveva più o meno inventarsi da zero, sperimentare con nuove formule nella speranza di beccare quella giusta e cominciare a far ingranare il genere. Catwoman in questo senso aveva anche intuizioni interessanti, forse persino troppo avanti per la sua epoca. Era un film di supereroi tutto al femminile (protagonista ma anche villain), basato su una storia scritta da una donna, e che esplorava anche, in un certo qual modo, di tematiche femminili, anche se non per forza femministe: parlava della paura di invecchiare e della pressione sociale di essere sempre al proprio top estetico per via di quel vecchio pregiudizio secondo il quale i maschi che invecchiano acquistano fascino mentre le femmine lo perdono.
Jean-Christophe Comar detto Pitof non è il regista più prolifico della storia e non ha la carriera più scintillante che si possa desiderare. Ha diretto solo due film: Vidocq, un thriller-fantasy che floppò clamorosamente al botteghino ma che gli regalò comunque qualche minuto di fama, e Catwoman appunto, cioè l’occasione offertagli da quella parte di Hollywood che era rimasta favorevolmente colpita dal suo esordio. Di Vidocq magari parleremo in futuro, ma riguardando Catwoman non è difficile capire come mai dopo quel film Pitof ne abbia diretto solo un altro, l’improponibile fantasy per la TV Fire and Ice.
È chiaro che l’idea di Pitof è l’opposto polare di quelle intenzioni tematiche di cui parlavamo prima. Il regista francese ha a disposizione una delle donne più belle del mondo e la possibilità di trasformarla da timida ragazza indifesa a gattona supersexy vestita di pelle e armata di frusta. In teoria la trasformazione di Patience Phillips in Catwoman dovrebbe essere un momento di empowerment, l’uscita dal guscio nella quale la ragazza era stata costretta fino a quel momento. In pratica, Pitof decide che la cosa migliore da fare con la sua protagonista è sfruttare ogni occasione per farci vedere quanto abbia un bel culo e quanto generosa sia la sua scollatura.
Non stiamo dicendo che Catwoman come personaggio andasse desessualizzata: sarebbe stato assurdo. Ci sono però tanti modi diversi per far passare la stessa idea, e quello scelto da Pitof è quello di un maschio che vuole godersi il più possibile il fondoschiena inguainato in pelle della sua protagonista – e a quel paese tutto il resto. C’è una scollatura gigantesca tra le (comunque vaghe) intenzioni di scrittura e la messa in scena di queste idee, e nessuna scena lo dimostra meglio di questa:
Non stiamo neanche dicendo che i problemi di Catwoman si fermino agli squilibri ormonali del suo regista, ovviamente. Per lunghi tratti, soprattutto nei primi due atti, il film sembra uscito dallo stesso stampino difettoso che qualche anno fa ci ha regalato Venom: è una commedia romantica sulla quale vengono innestati a forza dei superpoteri (ci sono persino due scene molto simili che hanno a che fare con dei vicini rumorosi), che per di più nel caso del film di Pitof si manifestano sotto forma di gattini soprannaturali e di una gattara altrettanto magica. È tutto molto difficile da prendere sul serio, anche perché parliamo di un film nel quale nessuno dei personaggi ha una vera personalità: fanno quello che richiede loro la trama, anche se è in contrasto con quanto ci è stato spiegato cinque minuti prima (il caso più clamoroso è la scelta di dipingerci Patience come una tizia prudente, timida, passiva e ordinaria e, cinque minuti dopo, farla salire su un cornicione sospesa nel vuoto perché sta provando a salvare un gattino).