C’era una volta in Messico è troppo per il suo bene
C’era una volta in Messico è il film più sovrabbondante ed eccessivo di Robert Rodriguez, al punto da collassare sotto il suo stesso peso
La fretta è cattiva consigliera, e peggiora se il progetto a cui stai lavorando è un omaggio allo spaghetti western e a Sergio Leone in particolare. Non lo diciamo noi, lo dimostra plasticamente C’era una volta in Messico, terzo capitolo della trilogia del Mariachi di Robert Rodriguez e quello che in teoria avrebbe dovuto fare il salto definitivo al franchise, visto che per la prima volta nasceva con un budget superiore alla mancia settimanale che i genitori del piccolo Robert gli davano per comprarsi le figurine. 30 milioni di dollari, tutta l’ambizione del mondo… e una fretta del diavolo di completare il film, visto che c’era nell’aria uno sciopero che poi non si concretizzò (la vicenda è collaterale, ma se volete leggerne qui c’è una ricostruzione).
Considerando che il modello principale di Rodriguez era Il buono, il brutto e il cattivo, capirete che due settimane per concepire una storia complessa, stratificata, che mettesse il protagonista dei primi due film un po’ in secondo piano puntando piuttosto sulla coralità del cast, erano decisamente poche. Non sappiamo dire se Rodriguez stesso lo sapesse, ma un po’ il sospetto ce l’abbiamo: C’era una volta in Messico si presenta come un film “shot, chopped and scored by Robert Rodriguez”, dove la parola chiave è “chopped”: non “edited”, montato, ma direttamente affettato, fatto a pezzi – come se la confusione che regna sovrana per tutto il film fosse una precisa scelta estetica e non il risultato di un lavoro fatto di fretta.
Proprio lui ci permette però di cominciare a parlare bene di C’era una volta in Messico, che ha problemi di scrittura e di andamento, ma che è anche una continua esplosione di creatività ogni volta che introduce un nuovo personaggio. È vero, l’abbiamo detto, sono troppi e qualcuno poteva essere tagliato per maggiore chiarezza; ma il punto è che è difficile decidere a chi dovrebbe toccare questo destino. Depp, in pieno periodo Jack Sparrow, mette da parte le faccette e l’overacting per regalarci un agente genuinamente crudele e corrotto, e con la personalità di ghiaccio del sociopatico funzionale. Rourke, il più fuori posto del lotto, è comunque adorabile nei panni del killer prezzolato che ha sbagliato lavoro.
Forse il problema è proprio quella parola, “sconfinato”. A Rodriguez non piace avere limiti, eppure quando c’è una figura esterna che glieli impone e lo costringe a limare, ragionare, riscrivere, espandere, tagliare i film gli escono meglio – più organici, più rotondi. C’era una volta in Messico è l’esempio supremo di quello che succede quando Robert Rodriguez fa letteralmente tutto da solo, e lo fa di corsa perché ha fretta: sprazzi di grandissimo cinema, che nuotano in un minestrone saporito ma fin troppo ricco e sovrabbondante.
Può sembrare una sciocchezza, ma è in realtà il segnale che C’era una volta in Messico ha avuto un successo che va ben oltre le noiose considerazioni critiche sulla sceneggiatura e il montaggio. Il film incassò quasi 100 milioni a fronte di un budget di 30, ma soprattutto negli anni si è costruito un seguito affezionatissimo e che lo ama anche al di là dei suoi difetti. In altre parole è un cult: magari imperfetto, ma che ha trasceso i suoi limiti per diventare parte dell’immaginario collettivo.
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