Fabrizio Corona: Io sono notizia, la docuserie Netflix tra critica, spettacolo e assenza di distanza
Fabrizio Corona: Io sono notizia è davvero un documentario? Un’analisi critica della serie Netflix tra spettacolarizzazione, assenza di distanza e ambiguità narrativa
Al di là di quello che dice e di quello che si può pensare o sentire (e a breve arriveremo proprio a questo), Fabrizio Corona: Io sono notizia rappresenta un’occasione per provare, per una volta, a fare scientemente critica, senza prendersi troppo sul serio – per carità – ma senza nemmeno saltare al collo dell’oggetto criticato. Perché in Italia c’è questa tendenza: o è tutto bellissimo, perfetto e “capolavoro”; oppure no, e allora “è una merda”, fa schifo, è una vergogna assoluta che qualcuno si sia permesso anche solo di pensarla, quella cosa.
Fabrizio Corona: Io sono notizia è stata pensata quasi come una serie istantanea, da far uscire al momento giusto (poco dopo l’esplosione del caso Signorini) nel posto giusto (Netflix, che è, di fatto, la piattaforma streaming per eccellenza).Nato per essere divisivo
Fin dal suo annuncio, Fabrizio Corona: Io sono notizia ha diviso le persone e, quindi, il pubblico, la critica e gli addetti ai lavori. Che senso ha, rispetto alla linea editoriale di Netflix, rispetto a quanto è stato fatto in questi anni con documentari e docuserie (pensiamo, per esempio, alla bellissima SanPa), far uscire un prodotto simile, pensato, scritto e messo insieme in un certo modo? Qual è, insomma, l’obiettivo?
E attenzione: l’obiettivo, qui, non coincide – né tantomeno deve coincidere – con un qualche tipo di giudizio su Corona, sulla sua vita o sulla sua carriera. L’obiettivo va interpretato sia narrativamente sia editorialmente. Fabrizio Corona diventa uno strumento nelle mani degli autori, che in realtà vogliono parlare di tutt’altro? Oppure è proprio Fabrizio Corona il tema principale del racconto?
Se è vero che la ricerca del didascalismo in qualsiasi prodotto è sbagliata (proprio perché è importante lasciare allo spettatore lo spazio per formarsi un pensiero autonomo), è anche vero che è fondamentale rispettare la grammatica del documentario. E dunque raccogliere fatti, elementi riscontrabili e una pluralità di voci e di punti di vista capaci di offrire un quadro quanto più ampio e approfondito possibile.
Un documentario, di per sé, non è un’opera di finzione; non va immaginato come un enorme contenitore in cui infilare frasi a effetto, interviste prive di un reale contraddittorio e racconti senza il minimo riscontro fattuale. Qualcuno dirà: se hai dubbi, puoi controllare da solo. Ma questo lavoro dovrebbe essere fatto prima, nella raccolta delle voci e dei fatti. E dunque: Io sono notizia risponde pienamente alla natura di documentario?
Un documentario disinvolto
Per certe cose, ma solo per certe cose, sì. Pensiamo, per esempio, alla ricostruzione della vita e della carriera di Vittorio Corona, padre di Fabrizio: giornalista appassionato, tutto d’un pezzo, artefice del lancio e della progettazione di alcune tra le riviste di moda e costume più importanti dell’Italia degli anni Ottanta e Novanta e responsabile della veste grafica di un giornale come La Voce.
Su altri aspetti, Io sono notizia è decisamente meno documentario. La nettezza necessaria, quando si cerca un obiettivo del racconto, non è una nettezza che rifiuta l’ambiguità dei toni e dei temi; è una nettezza che chiarisce che cosa stiamo vedendo e qual è, in fondo, la tesi che stiamo per ascoltare. Una prefazione, insomma. Un prologo.
Nel caso di Io sono notizia, Massimo Cappello e Marzia Maniscalco, co-sceneggiatori, hanno scelto una strada molto specifica, pronta in ogni istante ad adeguarsi più alle esigenze del “protagonista”, Fabrizio Corona, che all’insieme dei fatti raccontati. Perché sì: ci sono anche l’Italia, Silvio Berlusconi e il berlusconismo, la televisione commerciale, la voglia di avere successo e di essere famosi; ma spesso tutto passa in secondo piano, schiacciato dal peso di Corona, dalla sua voracità e dalla sua presenza.
In alcuni momenti, Io sono notizia sembra una puntata extralarge di Falsissimo, il format-canale di Corona su YouTube. E se dal punto di vista dell’intrattenimento questo funziona (ed è inutile girarci intorno: funziona molto bene), dal punto di vista della narrazione effettiva, della complessità della trama e del contesto presentato, il risultato è ripetitivo e appiattente.
Corona fa Corona, ed è chiaro fin dal primo teaser: esagera, gigioneggia, usa frasi eccessive, scade nel sessismo e nel qualunquismo, si erge a simbolo di una non ben identificata lotta per la verità. Dall’altra parte, però, nessuno interviene davvero, nessuno rilancia con domande o spunti differenti. Le voci fuori dal coro sono poche. La più critica è indubbiamente quella di Nina Morić, che tuttavia si presta a una confezione piuttosto artificiosa: dalla postura alla teatralità con cui la regia la inquadra, fino al costante tentativo di creare cliffhanger e dramma per offrire al pubblico ciò che il pubblico vuole (o pensa di volere).
Un prodotto fondato sull'ambiguità
Corona parla dell’impero mediatico di Berlusconi, della sua discesa in campo; si mostra nella sua dualità e nel suo arrivismo. Offre anche una ricostruzione interessante del modello Lele Mora (anche qui, però, senza contraddittorio e con un evidente doppiopesismo). Poi, però, si rinchiude nel personaggio, parla in camera, recita. A volte fatica persino a trattenere le risate mentre racconta le sue storie.
Il carcere, le donne della sua vita, il linguaggio che sceglie, il tentativo di intellettuali, scrittori e giornalisti di inquadrarlo come fenomeno: c’è tutto. Ma davanti a Corona, alla sua furia e al suo modo di porsi, tutto passa in secondo piano. E torna, inevitabile, la domanda iniziale: Io sono notizia fa davvero il suo lavoro di documentario?
Non ha senso aspettarsi condanne esplicite; non ha senso pretendere giudizi morali a caratteri cubitali. Ma è evidente l’assenza di una vera distanza. Il finale, con Corona che si alza, il cartello “Fabrizio, stai diritto; sei più figo”, il saluto in camera e le immagini di YouTube e Falsissimo sui titoli di coda, rafforza l’impressione di una maschera che si ritira e di un sipario che si chiude. Tutto finito. Tutto finto.
Dal punto di vista critico, Io sono notizia rappresenta comunque un’occasione: quella di interrogarsi sul linguaggio con cui parliamo di prodotti simili. Le sentenze assolute non cercano dialogo né stimolano riflessioni. Se Io sono notizia è una serie poco riuscita, è importante spiegarne i motivi senza rifugiarsi nel giudizio sommario.
Anche la polemica sui finanziamenti pubblici (circa 800mila euro) rischia di diventare un cortocircuito se non viene inserita in una riflessione più ampia sul sistema.
La spettacolarizzazione di Corona non è un effetto collaterale: era prevedibile. Ma questo dovrebbe essere un documentario, fondato sui fatti. E qui i fatti restano spesso sullo sfondo. Io sono notizia non è uno strumento per raccontare l’Italia: è un prodotto adattato a Corona, non un’opera che lo analizzi davvero.
Cinque episodi sono troppi per questo racconto, in questo modo, senza una reale distanza. Il risultato è una docuserie che informa e intrattiene solo finché è interessante Corona. Senza di lui, non resta nulla. E quando la grammatica del documentario viene piegata al bisogno di dire una cosa in un certo modo, dimenticandosi di fatti, dati e riscontri, allora non siamo più davanti a un documentario. È qualcos’altro. E di certo non è una notizia.