Gli Oscar verranno trasmessi su YouTube: dal 2029 la cerimonia sarà in esclusiva globale sulla piattaforma, ma lo streaming non avrebbe distrutto il cinema?
La cerimonia degli Oscar, a partire dal 2029, sarà trasmessa in esclusiva su YouTube. C'è l'accordo tra la piattaforma e l'Academy. Il sodalizio è un segnale chiaro sul futuro della settima arte.
La notte degli Oscar arriva su YouTube. No, non stiamo parlando dei teaser con i migliori momenti della manifestazione che girano ogni anno mentre si attende l'inizio dell'evento. Si tratta effettivamente dell'esclusiva globale che l'Academy è riuscita a ottenere con la piattaforma video. Dal 2029, quindi, la cerimonia di consegna delle Statuette più famose del cinema internazionale sarà appannaggio di YouTube. Ancora non si conoscono le cifre di questo sodalizio, ma è sufficiente sapere che ABC – azienda che attualmente ha l'esclusiva di trasmissione – paga circa 100 milioni di dollari l'anno per i diritti della cerimonia.
Gli appassionati potranno continuare a vederla gratuitamente, ma non è questo il punto. L'accordo, annunciato in pompa magna tra social e canali ufficiali, arriva in un momento particolare in cui a tenere banco è il dibattito che mette nuovamente di fronte sale cinematografiche e piattaforme streaming. L'accordo, restando in tema di mercato, tra Warner Bros e Netflix sta facendo idealmente saltare sulla sedia produttori e registi perché si teme che il cinema nella sua forma più classica possa essere rimpiazzato.Lo streaming regna (anche agli Oscar)
Le produzioni medio grandi si spendono per ribadire quanto la sala cinematografica sia un valore aggiunto, quanto le famiglie che lavorano all'interno dei multi-sala e non solo vadano tutelate, quanto Netflix e affini potrebbero ammazzare (metaforicamente parlando) i valori della settima arte perchè lo streaming (secondo Cameron e affini) rappresenta un antagonista destinato a spazzare via tutto il resto. Alla luce di tutto questo, gli Oscar vengono spostati sulla principale piattaforma di video esistente e nessuno (o quasi) fa una piega?
Allora forse il problema non è il mezzo, ma il fine. Ovvero i cinema si stanno lentamente svuotando, anche qui resta il condizionale perchè non v'è certezza, sicuramente però le sale sono sempre meno piene, ma dei problemi degli esercenti ai grandi produttori e registi interessa relativamente. Nel senso che chi ha una grande produzione sa bene che, al netto di qualsiasi cambiamento, sopravviverà. A farne le spese saranno le piccole e medie realtà cinematografiche che, spesso, conservano anche qualche esordiente – in qualunque settore, dalla regia alla sceneggiatura – su cui puntare. Allora, cosa davvero spaventa delle nuove realtà in streaming?
Cosa spaventa le grandi produzioni
Non certo la trasmissione, perchè i discorsi sull'importanza della sala – oggi – vengono ripetuti come un mantra a cui però si dà credito scuotendo la testa. Nel senso che le emozioni della sala sono impareggiabili, ma l'utente medio riconoscendolo ammette anche una pigrizia latente che diventa effettiva quando – attraverso il costo di un abbonamento mensile – può avere a disposizione centinaia di titoli rimanendo comodamente sul divano di casa propria. "Eh, ma le inquadrature"; "Eh, ma la fotografia"; "Eh, ma l'audio". Tutto bellissimo, ma ancor più bello – al netto di tutto – per molti è rimanere sul proprio divano. Senza sforzo. Massima resa, minima (un tempo non troppo lontano) impresa.
A mettere paura i colossi del cinema, giustamente da un certo punto di vista, è la pluralità dell'offerta. Se Netflix riesce a cannibalizzare l'industria cinematografica, portandola quasi tutta (rispetto ai titoli che contano) dalla propria parte, le alternative – anche sul mercato – perdono di valore e appeal. Basti pensare a un colosso come Disney che si ritroverebbe, dal punto di vista cinematografico, ridimensionato con una potenza di mercato pari a 197 miliardi di dollari. Netflix, con la possibile sempre più probabile, acquisizione della Warner Bros Discovery arriverebbe a 437 miliardi di dollari e un catalogo di titoli irraggiungibile che si divide anche in altre società in grado di fare capo a un unico brand: l'azienda di Sarandos e Peters.
Pluralità di mercato e differenziazione dell'offerta
Allora non è il cinema a morire, ma la pluralità di contenuti e la differenziazione dell'offerta di mercato. Tutte preoccupazioni lecite, ma è arrivato anche il momento di chiamare le cose con il proprio nome. Se la preoccupazione vera fosse stata il destino di chi possiede o lavora all'interno di un cinema, allora realtà come Netflix e YouTube avrebbero dovuto rimanere non uno, ma dieci passi indietro rispetto all'approccio e alla liturgia della settima arte. Dato che il cinema è una cosa, a detta di molti esperti, e la televisione o lo streaming video un'altra.
Se, però, questa preoccupazione – quando si tratta di decidere dove trasmettere la principale manifestazione di riconoscimento cinematografico a livello internazionale – passa in secondo piano cedendo il passo (e la mano di mercato) a uno dei principali brand di pubblicazione video attraverso lo streaming, allora non c'è uniformità. Le distinzioni, nello specifico, portano a una divisione d'intenti. Quindi alla possibile frizione, e successivo crollo, di certezze.
Il futuro del cinema
Non rimane altro, stavolta è proprio il caso di dirlo, che restare sintonizzati per capire su quali frequenze viaggerà il cinema. Non solo in termini di riconoscimenti, ma anche di nuovi canali di fruizione. Il grande schermo si prepara a cambiare mezzi (di trasmissione), per un fine che dovrebbe sempre giustificare qualunque tipo di metamorfosi. Stavolta, però, non è detto che sia così.