Hollywood ha un problema con il fandom tossico e non può più tacere
Game of Thrones, Star Wars, Zack Snyder's Justice League, MCU sono realtà che dipendono dai fan. Ma cosa succede se diventano fandom tossico?
Prima di procedere occorre fare un’importante distinzione tra audience, intesa come pubblico generico, fatto di cinefili e moviegoers casuali, e la fan base. Questi ultimi rappresentano la comunità ristretta di appassionati, fedeli al prodotto culturale, che ne alimentano le discussioni e si fanno ambasciatori di ciò che amano.

Facciamo un salto ad oggi. Mentre il grande pubblico generico (dei frequentatori occasionali delle sale) si godeva il film della Justice League firmato Joss Whedon, ignari dei retroscena produttivi, in parallelo si combatteva una battaglia tra i fan e la produzione.
Hollywood e il pubblico non sono mai stati così vicini. Ne sono testimonianza le molte - e nemmeno troppo velate - ammissioni di produttori, showrunner e artisti rispetto ai dibattiti online. I creativi leggono i forum, spesso interagiscono con i fan online (gli AMA di Reddit), studiano le teorie e le interpretazioni che circolano in rete. È pressoché impossibile trovare un’intervista in cui viene ammesso esplicitamente, ma è ormai chiaro che gli umori percepiti nelle discussioni attorno ai grandi franchise con infiniti capitoli, vengono ascoltati per calibrare gli episodi successivi. O, talvolta, per correggere il tiro di svolte non amate.
Questa tentazione colpisce sia il mondo del cinema, che delle serie tv. Ognuno ha sicuramente in mente almeno un momento in cui ha sentito curvare la strada degli eventi verso la direzione desiderata dai fan.
Da qualche anno si è capito che non è così. I grandi studi hollywoodiani si trovano ad affrontare la nuova mutazione del fandom causata da loro stessi. Non solo hanno fatto salire questo nuovo pubblico, estremamente selezionato, sulla grande nave produttiva. L’hanno accolto a poppa, gli hanno mostrato la direzione e si sono fatti ammaliare dal talento, dalla specializzazione settoriale di questi nuovi viaggiatori. E gli hanno, in parte, dato il timone.

Le fan base nascevano proprio come “base”, come punto di ritrovo accogliente e inclusivo per tutte le persone. Il terreno comune alle fondamenta, era la passione il prodotto culturale che accumunava i membri. Oggi le cose sono un po’ diverse. Entrare in una comunità di esperti di un qualsiasi universo narrativo, è un’ impresa estremamente difficile. Le molte comunità, le molte nicchie che nascono attorno a un prodotto, sono definite più da chi escludono rispetto a chi includono. È il paradosso su cui si fondano le basi di quello che oggi è definito come il fandom tossico.
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John Rogers, lo sceneggiatore di Catwoman, ha coniato nel 2004 l’azzeccato termine “fandamentalist”, una crasi tra il fan e il fondamentalismo. Già all’epoca si intravvedeva un tratto distintivo delle comunità più estreme: il complesso rapporto con il “canone”. Un oggetto di per sé mutabile, considerato però alla stregua di un testo sacro a cui ritornare. Nemmeno l’autore stesso può tradirlo secondo il fandom più radicalizzato. Non ci può essere una radicale variazione agli eventi già canonizzati dai fandamentalisti.

Nessun grande studio è oggi immune dall’influenza delle comunità. Qualche caso significativo, oltre alla già citata Snyder Cut. La Sony dovette fare fronte a innumerevoli attacchi per via del suo Ghostbuster al femminile che non aiutarono certo la campagna promozionale. A prescindere dal risultato finale, l’intero progetto era stato rumorosamente rigettato ancora prima di arrivare in sala. La Lucasfilm (e quindi la Disney) si sono confrontate con la community di Star Wars sempre in fermento, ma ancora di più tra l’uscita dell’ottavo e del nono episodio della saga. Molti attori ricevettero insulti fino ad abbandonare i social network. La fanbase stessa si spaccò ulteriormente. La Marvel si ritrovò 58 mila recensioni negative su Rotten Tomatoes solo poche ore dopo l’apertura di Captain Marvel.
E anche il termine “fandom tossico” va letto con un accento sulla seconda parola e meno su “fan”. Spesso infatti queste derive delle comunità si fanno portatrici di messaggi e istanze che prescindono dal film in questione. Spesso avanzano attacchi misogini o razzisti, hanno un sottofondo ideologico o comunque politico.
Certo, queste reti sono in grado di portare risultati positivi, come la comunità di fan di Zack Snyder che hanno raccolto 500 mila dollari per la prevenzione dei suicidi. Un gesto in onore di Autumn, la figlia scomparsa del regista.
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A gennaio la cosplayer Krystina Arielle ha subito attacchi razzisti dopo che venne assunta come conduttorice di The High Republic Show. Una trasmissione di StarWars.com dedicata a uno sguardo dietro le quinte dell’universo di Guerre Stellari. Lucasfilm era solitamente silenziosa su questi fatti; non intervenì quando Kelly Marie Tran fu costretta a lasciare i social network per via dell’ondata di insulti, ad esempio. Questa volta però non ignorò le minacce alla donna e rispose con un tweet di supporto.
Our Star Wars community is one of hope and inclusivity. We do not stand for bullying and racism. We support @KrystinaArielle.
— Star Wars (@starwars) January 23, 2021
Secondo il giornalista Sean O’Connell ignorare la minoranza rumorosa e violenta significa silenziosamente perdonare questo tipo di comportamento. È necessario, per l’industria creativa, avere una politica di tolleranza zero. O’Connell nota che quando Ann Sarnoff si è espressa contro il fandom tossico non è stata respinta dalla community. Le reazioni negative derivavano dall’intenzione di non continuare lo snyderverse. C’è spazio di manovra quindi per limitare i disturbatori.
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È un momento delicato quindi per un fenomeno che è destinato ad accentuarsi sempre di più. Vanno quindi studiate e sperimentate nuove modalità di interazione. Gli studi devono riprendere un posto di primo piano, riottenere la voce più forte. Le risposte avute fino ad ora sono ancora timide, prive di continuità.
Fonte: Hollywoodreporter