Il costume di RoboCop quasi distrusse il rapporto tra Paul Verhoeven e Peter Weller
Con un ritardo incredibile l'iconico costume di RoboCop, disegnato da Rob Bottin stava facendo naufragare la produzione e litigare il cast
Allo scrittore Edward Neumeier venne l'ispirazione l'assurda storia di un poliziotto ucciso dalle gang e riassemblato in un automa da un set d'eccellenza. Lui si occupava di revisionare sceneggiature e selezionare progetti da mettere in sviluppo. Nel tempo libero si recava sul set di Blade Runner nel reparto artistico della troupe. Osservando l’auto della polizia che decorava la città immaginata da Ridley Scott, si immaginò un robot che scendeva dal veicolo. Gli sembrò un’immagine così suggestiva da poter reggere una storia intera e si mise a scrivere di corsa un primo trattamento. Lo fece insieme a Michael Miner, che veniva dal cinema sperimentale.
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Gli diedero così 7 milioni di budget, lo stesso di Terminator, che a fine corsa lievitò raddoppiandosi. Si mise alla ricerca al costume perfetto, che fosse un mix tra cibernetica e carnale umanità. Il primo a provarci fu Chris Wallace, noto soprattutto per avere curato le mostruosità de La mosca. Il risultato era troppo eccessivo, nelle interviste viene descritto come se qualcuno ci avesse vomitato sopra. Era assai poco attraente, insomma, e venne scartato.
Arruolarono quindi Rob Bottin (colui che diede forma a La Cosa). A sua volta chiese aiuto al concept Artist Miles Teves per realizzate un costume che richiamasse un’automobile. RoboCop era ambientato a Detroit, una città che in quegli anni stava vivendo un incredibile boom industriale soprattutto nel mercato dell’auto. Volevano fondere quindi l’estetica della città con una visione futuristica della stessa.
I due team che lavoravano sui due robot, non comunicavano tra di loro. Ma se quello di ED 209 lavorava velocemente, Rob Bottin aveva bisogno di sei mesi dalla scelta del protagonista per fare un costume su misura.

Ma ancora il costume non era pronto. I primi modelli non convincevano, il casco sembrava un elmo greco-romano e aveva un petto troppo abbondante. La produzione si trasferì a Dallas per riprendere la Detroit del futuro (la città aveva nuovi quartieri dall’aspetto avanguardistico) e girarono tutte le scene senza RoboCop. Le finirono in poco, così aspettarono altre due settimane che Rob Bottin terminasse di disegnare il personaggio.
L’ispirazione per la forma definitiva venne da un libro dell’illustratore Sorayama dedicato a sexy robot giapponesi. Era molto più armonioso nelle forme e ben modellato con le parti umane. Ma la strada era ancora in salita. Per trasformarsi in RoboCop a Peter Weller servivano svariate ore, impedendo così un recupero del tempo perduto.
Arrivarono a uno stallo con il protagonista che si rifiutava di seguire le direttive e di recitare le battute. La produzione iniziò così a cercare altri attori. Non appena girarono qualche inquadratura con il capo degli stuntman al posto di Peter Weller, quest’ultimo cambiò atteggiamento. Pace fatta tra i due, ma il clima sul set non cambiò. Ci fu una corsa forsennata a completare il film con diversi momenti di crisi e sfuriate del regista. Il montaggio finale inoltre risultava troppo cruento e furono costretti a tagliare qualche secondo per evitare il divieto più alto.
RoboCop fu però un successo, grazie anche alla forma del suo protagonista. Quel costume che aveva richiesto mesi interi di progettazione si rivelò sufficientemente iconico e funzionale da proiettare il poliziotto-automa e il film stesso nell’olimpo dell’immaginario popolare.