Il vero protagonista di Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli è Xu Wenwu di Tony Leung
Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli è una buona origin story, purtroppo non si è accorto che il vero cuore batte da un’altra parte.
Proprio come il film di Ryan Coogler, anche Shang-Chi osa fino a un certo punto. Sicuramente non quanto Eternals, che appartiene a una categoria a parte, per coraggio e riuscita. Black Panther era tutt’altro che appassionante e rigoroso, ma riusciva sul finale a dire qualcosa di diverso. Un salvataggio in corner, grazie a una scena riuscita. Con lo sguardo al tramonto sul Wakanda, Killmonger metteva in discussione la voglia di T’Challa di far conoscere le meraviglie della sua terra al mondo. Siamo sicuri che aprire i confini agli sfruttatori (capitalisti) sia la soluzione per guidare nel futuro la nazione mai invasa? Non sta forse peccando di ingenuità il Re? È molto più forte in quel momento il gesto del nemico sconfitto, che preferisce la morte coerentemente con le sue idee.
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Shang-Chi invece fa esattamente l’opposto: inizia con grande brio calcando tantissimo sull’aspetto visivo. Sfuma il suo protagonista nel rapporto con il padre Xu Wenwu. Poi, nel terzo atto, lascia perdere tutte queste cose e cerca di chiudere sbrigativamente. Butta via gran parte di quello che aveva costruito. Non segna il tiro ben piazzato dall' ambiguità che un attore di spessore come Tony Leung ha imposto.
Il terzo atto ci regala il film di Dragon Ball che non abbiamo mai avuto, ma nell’equilibrio totale è una scelta sbagliata. Il regista Destin Daniel Cretton, contrariamente a Coogler, spegne il film prima del dovuto. E succede nel momento preciso in cui si libera di Xu Wenwu, con una dipartita ingiusta e frettolosa. Simu Liu fatica a far risuonare quel momento nelle ossa. Non è questo il problema principale. L’errore grave è non avere capito di avere troncato di colpo l’intera linea di trama di colui che si è rivelato appassionante come il protagonista del film. Se non di più.

In Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli c’è il tema dell’eredità, portata avanti dalla sorella Xu Xialing e interiorizzata dall’eroe che presta il nome al titolo. L’incontro tra il mondo della madre e del padre e ciò che ne è stato generato vive nei figli e quindi nelle nuove generazioni. In linea con quello che sta cercando di fare la Marvel per rinnovare il parco di supereroi continuando le linee di trama antiche (si veda Captain America). C'è coerenza dall'inizio alla fine e con la sua scomparsa.
Però l’inizio di Shang-Chi affidato a Xu Wenwu è talmente potente da far vivere tutto il resto come un tradimento. La battaglia è come una danza d’amore, un incontro tra due esistenze che si uniscono in armonia. Un incipit da Wuxiapian che richiama le atmosfere de La foresta dei pugnali volanti. La strada si apre, la natura fa spazio alla rivelazione del villaggio di Ta-Lo.
Wenwu si innamora di Jiang Li. Dopo la morte della donna resta ossessionato dalla sua voce che lo guida verso Ta-Lo. Scoprirà troppo tardi che la sua è un’illusione, un inganno del demone noto come il Divoratore di Anime. Pagherà con la vita l’essersi abbandonato al richiamo delle sirene. Ma dal małe che porta con sé, da tutto quel potere mal gestito e mai compreso appieno, nasce anche una compensazione. La parte più femminile della loro dualità, come uno yin e yang, prevale in Shang-Chi e in parte anche nella sorella. Quindi il bene, la luce.
Nel confronto finale con il padre l’eroe danza in armonia fino a guadagnarsi gli anelli. Non strappandoli, ma prendendoseli quasi di diritto, come se fossero loro ad avere scelto lui.
Se ne va così. Mangiato da quella voce a cui aveva ceduto per molto tempo, ma non fino all’ultimo istante. Per Shang-Chi la parola è fondamentale, ed è raccontata propri dalla forma del film. Il Marvel più sottotitolato di sempre, in cui l’onnipresente dualità si articola anche nell’aspetto linguistico, sapere ascoltare e capire i messaggi è un requisito fondamentale per la crescita dell’eroe.
Per questo se guardiamo il film nella sua interezza è palese che sia Tony Leung a prestare il volto a ciò che veramente Cretton voleva raccontare. L’incontro tra due culture, la convivenza delle stesse nella personalità delle seconde generazioni, così come il desiderio delle passate di ritrovarsi nuovamente in armonia. Insomma, di conciliare la dualità.
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