La notte del giudizio otto anni dopo fa molta più impressione
La notte del giudizio, il primo capitolo del franchise, è “solo” uno home invasion, ma il suo sottotesto politico nel 2021 fa un certo effetto
La notte del giudizio sembrava solo un divertente gedankenexperiment, nel lontano 2013. Parlava di violenza legalizzata, una notte all’anno durante la quale negli Stati Uniti vengono sospesi tutti i diritti civili, interrotti i servizi essenziali e permesso ogni crimine, omicidio compreso; e lo faceva introducendo quest’idea fortissima di un intero Paese nelle grinfie della violenza, per poi nasconderla sullo sfondo e concentrarsi sulle disavventure di una singola famiglia durante una di queste notti. E funzionava anche senza il presupposto della liberalizzazione della violenza: era prima di tutto un thriller, punteggiato da monologhi satirico-politico su quanto sia profondamente americano massacrare gli homeless in nome del progresso, ma interessato prima di tutto a farci fare il tifo per una famiglia costretta a sopravvivere a un’invasione del proprio spazio privato. Poi sono arrivati i sequel, la mitologia si è allargata, il franchise è sbarcato anche in TV, e tutto questo mentre negli Stati Uniti quelli veri si arrivava, anno dopo anno, fino al giorno in cui una massa armata di gente più o meno mascherata ha provato a entrare nella sede del governo per vendicarsi della politica e dei suoi rappresentanti, dei suoi fallimenti veri o percepiti e anche di un sacco di cose mai successe ma che la massa in questione era stata portata a credere.
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*ci si potrebbe a questo punto domandare come mai una villa equipaggiata con il miglior sistema di sicurezza del mondo non abbia neanche una ridondanza o una qualche forma di protezione contro un gesto così semplice come tagliare i cavi della luce, e come mai il generatore di riserva alimenti solo i monitor di sorveglianza e non il resto del sistema di sicurezza, ma il bello di uno home invasion così teso e anche sintetico è che ci si accorge di queste incongruenze solo a giochi fatti, quando il film ha già ottenuto il suo risultato, cioè incollare allo schermo

È naturale quindi che quando si palesano quelli che saranno gli antagonisti del film, almeno per un po’, il primo istinto sia di vederli come i cattivi di uno slasher, e cominciare a sognare il momento in cui verranno massacrati uno a uno dalla famiglia in cerca di vendetta. Il Polite Leader interpretato da Rhys Wakefield è il volto perfetto di questa sorta di autorizzazione alla violenza che costringe i Sandin a farsi coinvolgere per la prima volta nella loro vita in uno Sfogo: è ricco, è viziato e soprattutto crede che tutto gli sia dovuto, e che in America i poveri esistano solo in quanto bersaglio della violenza annuale dei ricchi.

Al tempo una delle reazioni più diffuse all’uscita di La notte del giudizio fu una certa delusione per il fatto che gli spunti politici e sociali venissero trattati, appunto, solo come spunti e come motore per la violenza, e mai approfonditi o discussi al di là del tagliente sarcasmo con cui il film di DeMonaco li presenta. D’altra parte al tempo non sapevamo che i piani per il franchise di The Purge erano ben più ambiziosi di un singolo film costato 3 milioni di dollari: siamo a poche settimane dall’uscita del quinto e ultimo capitolo della saga, e nel frattempo abbiamo avuto anche due stagioni di una serie TV, e abbiamo imparato tutto quello che c’era da sapere (e anche di più, forse troppo) su questa nuova America, sui Nuovi Padri Fondatori e sull’importanza dell’ultraviolenza per il mercato azionario.
