Mission: Impossible – Protocollo fantasma funziona alla perfezione
Mission: Impossible – Protocollo fantasma raffina e amplifica la formula del capitolo precedente, azzeccando tutto quanto
Questo speciale su Mission: Impossible – Protocollo fantasma fa parte della rubrica Tutto quello che so sugli stunt l’ho imparato da Mission: Impossible
Brad Bird è uno dei segreti del successo di Protocollo fantasma, che sfiorò i 700 milioni di dollari d’incasso rimettendo definitivamente Mission: Impossible in carreggiata. Prima del quarto capitolo della saga di Ethan Hunt aveva diretto solo animazione, e neanche troppa: Il gigante di ferro, Gli Incredibili, Ratatouille. Tutta però accolta con favore almeno dalla critica, e in un paio di casi salutata come un capolavoro. Il quarto M:I fu la sua grande occasione – sempre che vogliamo considerare il passaggio dall’animazione al live action un passo avanti e non uno spostamento di lato –, e lui la sfruttò in ogni modo possibile.
Protocollo fantasma è innanzitutto più grosso del precedente, una regola fondamentale che però diventa più difficile da rispettare a ogni sequel, come insegna Fast & Furious. È una sequenza ininterrotta di set piece ambientati nei soliti luoghi assurdi e bellissimi (a questo giro Mosca, Dubai e Mumbai – e scritti con la perizia di chi ha visto un milione di James Bond e ha capito come prendere ispirazione senza copiarlo spudoratamente. In Mission: Impossible III c’era una magnifica scena da heist movie; in Protocollo fantasma ce ne sono due, ed è difficile scegliere la migliore. Sono più intricate, più ricche di gadget e soprattutto di improvvisazioni, e sono anche gestite meglio in termini di montaggio ed equilibrio tra personaggi.
Probabilmente non è un caso che il primo live action di Brad Bird abbia avuto come protagonista Tom Cruise: quando sei abituato a maneggiare personaggi animati, che non si fanno male se non lo decidi tu, trovarti a dirigere un tizio che non ha problemi a farsi appendere al Burj Khalifa per girare la scena di metà film è sicuramente un vantaggio. Protocollo fantasma contiene uno dei più grandi stunt di Tom Cruise, nonché forse il primo in un Mission: Impossible che ti porta a domandarti “l’avrà fatto davvero?” (e risponderti “no dai, non l’ha fatto davvero, sarà un green screen”).
L’aspetto più interessante del film, però, almeno con il senno di poi, è notare quanto fosse ancora un work in progress – quanto la saga stesse costruendo la sua nuova identità procedendo anche per errori e tentativi. Era chiaro fin da Mission: Impossible III (forse persino dal II) che l’intenzione era quella di arrivare a costruire una Familia, un gruppo di persone fedeli a Ethan Hunt e che incidentalmente fanno anche il suo stesso lavoro. Luther Stickell fu il primo, seguito da Benji e dall’introduzione di un elemento esterno e quindi potenzialmente di disturbo, o quantomeno catalizzatrice di attenzioni e direzioni narrative (stiamo parlando della moglie di Ethan, Julia).
Un’ultima curiosa riflessione. L’evento scatenante di Protocollo fantasma, per il quale Ethan viene incastrato (un’altra volta) e che provoca lo scioglimento dell’IMF, è un attentato al Cremlino, che salta per aria in maniera molto spettacolare: era il 2011, e si poteva ancora farlo. Fosse stato un film, per dire, del 2017, al posto della Russia ci sarebbe stato un anonimo Stato-canaglia. Fosse uscito nel 2022, invece, il Cremlino sarebbe stato di nuovo consentito, e magari l’esplosione sarebbe stata accompagnata da nomi e cognomi di qualche vittima eccellente.