Oblivion è l’apocalisse sanificata che sognavamo un tempo
Oblivion di Joseph Kosinski si immagina una fine del mondo molto diversa da quella che racconteremmo oggi
Ecco perché rivedere Oblivion (in streaming su Netflix, qui la nostra recensione) oggi, mentre siamo nel mezzo di una pandemia, fa un effetto strano: il film (guarda il trailer qui) è uscito sette anni fa eppure assomiglia più che altro a un documento storico, a una reliquia di un passato relativamente più tranquillo in termini escatologici, un tempo nel quale la convinzione diffusa era ancora quella che il futuro dell’umanità fosse tra le stelle (visto che la Terra ormai era da buttare) e che i salvatori della specie assomigliassero a Elon Musk, non al dottor Fauci. Con il terrore di un virus che serpeggia in ogni angolo del pianeta e davanti la prospettiva di altri mesi barricati in casa in attesa che passi la tempesta, Oblivion e la sua apocalisse sembrano grondare ottimismo.

Oblivion e Tron: Legacy
Come detto sopra, Oblivion nasce sotto forma di graphic novel,
o quantomeno embrione di: l’opera completa non ha mai visto la luce (né mai lo farà), perché mentre era in lavorazione lo stesso Kosinski cominciò a trattarla non come una storia da pubblicare, ma come un lavoro preparatorio per quello che sarebbe poi diventato un film. Questo perché il ragazzo, che tre anni prima si era fatto notare per le sue doti visive con Tron: Legacy, aveva deciso che voleva riprovarci, e farsi dare un sacco di soldi per la sua seconda esperienza cinematografica: ci riuscì quando Universal gli firmò un assegno da 120 milioni di dollari (OK, stiamo semplificando) e gli mise a disposizione nientemeno che Tom Cruise, che già puntava il progetto da un po’.

Oblivion e la fine del mondo
Al netto degli spoiler, che cercheremo di evitare il più possibile sempre partendo dalla considerazione che stiamo parlando di un film di sette anni fa, la storia di Oblivion è quella di un’invasione aliena e dell’unica risposta possibile per l’umanità, cioè un tappeto di bombe atomiche per spazzarla via. La guerra in questione, contro delle entità note come “Scavengers” (sì, anche in italiano), è particolarmente violenta: distrugge la Luna, con tutte le prevedibili conseguenze sul pianeta in termini di disastri geologici, e trasforma la superficie terrestre in un deserto bruciato dalle radiazioni; quel che resta dell’umanità è volato nello spazio, su Titano, una delle lune di Saturno, e sulla Terra rimangono solo Wall-E ed EVA Tom Cruise e Andrea Riseborough, che si occupano della manutenzione e protezione di gigantesche strutture che estraggono l’acqua dall’oceano e la trasformano in energia per alimentare la stazione orbitante Tet, dalla quale la coppia protagonista riceve le proprie istruzioni.

La bellezza dell’apocalisse
Oblivion è un testo molto chiaro, almeno all’inizio: è un omaggio alla sci-fi anni Settanta che vuole parlare della vita dopo la fine del mondo, di colonizzazione spaziale e della sopravvivenza della nostra specie, due temi che in tempi di guerra fredda e minaccia atomica erano costantemente in cima alla lista delle preoccupazioni. Quella di Kosinski è un’apocalisse clinica, sanificata, della quale non vediamo gli effetti immediati (le morti, le mutazioni, i tumori, la disperazione) ma l’onda lunga, in un mondo nel quale la natura ha avuto tempo di riconquistare i propri spazi e tornare a riempire le nicchie abbandonate dall’uomo. È la post-apocalisse di Horizon: Zero Dawn (tanto per introdurre un argomento sul quale torneremo), quella dove ciò che resta dell’umanità vive in torri ipertecnologiche che sembrano uscite da una rivista di design d’interni e dove la natura e persino i resti della nostra civiltà hanno un fascino selvaggio e indomito e sempre rigorosamente lucidato fino a brillare; è, in altre parole, non la post-apocalisse che ci aspettiamo nel 2020.

L’altro problema di Oblivion, e il suo più grande merito
Tutte queste riflessioni suscitate dal primo atto di Oblivion, quello più descrittivo e d’atmosfera, si depotenziano e perdono di senso con il procedere del film, che con il secondo atto (ed è questo, e lo era già nel 2013, il suo più grosso difetto) comincia ad accumulare rivelazioni e plot twist che modificano costantemente la natura della storia e a un certo punto diventano talmente inutilmente intricate da sembrare il fine più che un mezzo; arrivati alla fine ci si chiede se fosse davvero tutto necessario, e se questa storia non avrebbe funzionato meglio su carta, e lungo l’arco di centinaia di pagine. Neanche il finale tipicamente hollywoodiano, con one-liner a effetto e tutto quanto, riesce a riscattare appieno il pastone narrativo dell’ora precedente, e c’è un motivo se oggi Oblivion è ricordato per il suo aspetto e non per le cose che aveva da dire.




Oblivion è in streaming su Netflix