Oscar 2026, Miglior Colonna Sonora, un'occasione mancata (di nuovo)
Tra sinfonismo classico, minimalismo e sperimentazione elettronica, la corsa all’Oscar per la Migliore Colonna Sonora riapre il dibattito su come sta cambiando la musica per il cinema e su cosa l’Academy sceglie davvero di premiare.
Chi vincerà l’Oscar per la migliore Colonna Sonora Originale? Come da ogni anno a questa parte, da quando per la prima volta Victor Schertzinger e Gus Khan alzarono al cielo l’iconica statuetta per la colonna sonora di Una notte d’amore (1935) e il sonoro era ancora un malefico artificio, che ci interroghiamo su questa fatidica domanda. I candidati scelti rappresentano effettivamente lo stato della musica per immagini e il meglio che il settore ci propone? Analizzando le molteplici evoluzioni che la musica per il cinema ha avuto fin dalla sua nascita, tenendo conto che fin dal principio il suo linguaggio era l’unico elemento che permetteva al pubblico di rispondere attivamente alle emozioni poste sullo schermo, ci troviamo veramente davanti ad un bivio destinato probabilmente e cambiarne la forma per sempre.
Il bilanciamento tra il sinfonismo canonico e le forme musicali più contemporanee e sperimentali dovrebbe essere oggi la forma più consona ma non sempre ciò corrisponde all’attualità. Infatti concentrandoci sugli Oscar, l’Academy sembra ancora poco propensa a premiare questa duttilità preferendo candidare ogni anno differenti anime del mondo compositivo senza mai considerare più compositori capaci di arrivare a questa nuova conformazione. Se già analizziamo lo scorso anno in cui a vincere fu proprio chi riuscì a tradurne la forma più consona, Daniel Blumberg per The Brutalist, possiamo notare come tutti i suoi competitor non fossero la perfetta rappresentazione del momento storico musicale. Al contrario le esclusioni, tra tutte Trent Reznor e Atticus Ross per Challengers, così come di Raffertie con The Substance, erano sicuramente più consone non solo alla perfetta raffigurazione dell’anno cinematografico, ma anche nella risposta del pubblico, considerando che la musica originale di Challengers fu la colonna sonora più ascoltata dell’anno raccogliendo quasi il triplo degli ascolti rispetto alla media delle altre score nominate.
Ma torniamo ad oggi. Facendo una rapida disamina dell’ultimo anno cinematografico, sono molteplici i compositori sperimentali che hanno accompagnato i titoli di maggior interesse: Jonny Greenwood per Una battaglia dopo l’altra, Daniel Lopatin per Marty Supreme, Max Richter con Hamnet, Bryce Dessner per Trains Dreams, Ludwig Göransson per Sinners, Nala Sinephro con The Smashing Machine e Hania Rani per Sentimental Value. Tutto faceva presupporre che finalmente avremmo potuto intravedere un certo cambiamento nelle modalità di votazione e soprattutto nelle scelte pattuite. La realtà dei fatti è che ci troviamo nuovamente ad analizzare una cinquina che esula da quella dovrebbe essere la situazione odierna. Vedere artisti come Daniel Lopatin restare ancorati alla shorlist nonostante il lavoro mastodontico prodotto per Marty Supreme, autentica rappresentazione ibrida di classicismo e sperimentalismo elettronico, oppure l’insensato snobismo nei confronti di Nala Sinephro e Hania Rani non inserite neanche in shortlist fa veramente pensare che non ci sia un effettivo logica nelle votazioni.
Quando si valuta un prodotto bisognerebbe imparare a scindere tra l’importanza di chi lo crea e l’opera stessa, per evitare di essere a sua volta condizionati. Se un compositore o un musicista risultasse nuovo al mondo della musica per immagini non andrebbe escluso a priori per la scarsa appartenenza al settore, ma apprezzato per la sua duttilità, per un modo differente di analizzare ciò che si è sempre fatto in un determinato modo. Allo stesso tempo non tutto ciò che è nuovo è sinonimo di cambiamento, ed utilizzarne il nome solo per escluderne altri, alla lunga non aprirà molti spiragli per un settore di cui la stessa informazione sembra interessarsi sempre meno. Dalla consegne del Premio durante lo spot pubblicitario ai Golden Globes, all’annunciazione del Premiato via X nell’edizione 2022, di cui rimane iconica la foto di Hans Zimmer in accappatoio, sono frutto di un appiattimento che ad oggi sembra quasi insanabile e che dovrebbe aprire notevoli punti di domande su ciò che si potrebbe prospettare per il futuro.
Come lo scorso anno sembra già esserci un vincitore ben designato fin dal principio e si tratta della composizione di Ludwig Göransson per Sinners, premiato conseguentemente ai Golden Globes, Grammy Awards, BAFTA e Critics Choice Awards. Ma è effettivamente la colonna sonora più bella dell’anno? Sinners, con ben 16 candidature, è stato sicuramente uno dei casi più interessanti dell’anno e la sua perfetta connessione al mondo musicale, di cui la narrazione ne è perfettamente debitrice, lasciava trasparire già dal principio un autentico trionfo. Ma conoscendo il compositore in questione, sembra quasi aver svolto più un compitino rispetto al grande lavoro di ricerca sonora intrapreso ad esempio per Oppenheimer, ad oggi il suo lavoro più interessante.
Come scriveva quasi un anno fa la giornalista di Vulture, Fran Hoepfner, siamo sempre più prossimi alla morte della colonna sonora classica per come l’abbiamo sempre conosciuta. L’innovazione filmica ha sicuramente portato ad uno spostamento sinfonico verso il minimalismo, alla capitolazione dei classico leitmotiv a discapito dell’introduzione di nuovi elementi elettroacustici, ma tutto ciò ancora non è così fortemente evidente e sarebbe anche un peccato se ci si uniformasse verso un unico mondo compositivo.
Sicuramente in questo l’Academy ancora non riesce a dare una sua impronta, schiava di un modo di pensare datato, che non riesce a raccontare perfettamente le continue evoluzioni presenti. Non sta morendo la colonna sonora classica, probabilmente sta venendo a mancare il passo fondamentale affinché le nuove metodologie di composizione diventino effettivamente una nuova forma da integrare a ciò che si faceva in passato. Solo così potremmo avere sempre più colonne sonore differenti e compositori capaci di raccontare e determinare la storia della nostra epoca cinematografica.