Oscar 2026: Miglior Regia, comunque vada sarà una grande notte

Cinque registi, cinque visioni diverse di cinema: tra autorialità, grandi produzioni e nuove voci internazionali, la corsa all’Oscar per la miglior regia mette a confronto stili, poetiche e carriere molto diverse tra loro.

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Narrare una storia attraverso immagini in movimento. È il cinema, bellezza. E il regista è quella persona che organizza immagini, suoni, ritmo e spazio per far emergere una storia e il suo significato. Ovviamente si sono aggiunti strati, impegni e dimensioni a queste definizioni negli oltre 130 anni di storia del cinema. Un regista, specialmente nelle produzioni hollywoodiane, è anche un direttore d’azienda. Deve assumere personale, gestire risorse umane e materiali, mettere in piedi una macchina in grado di seguire un programma per raggiungere il risultato sperato. Da lui stesso e da chi ci ha messo i soldi.

Ma il regista, secondo la politique des auteurs fissata dai Cahiers du Cinéma ormai settant’anni fa, è prima di tutto un autore che utilizza il linguaggio cinematografico e il lavoro dei coinvolti per far emergere una propria visione personale e riconoscibile nell’opera.
La classe 2026 dei registi candidati all’Oscar è puntuale nel tenere assieme tutte queste definizioni. Ancor più se consideriamo che sono tutti autori o co-autori delle rispettive sceneggiature. Ma andiamo a scoprirli più nel dettaglio, cercando di farci un’idea su chi potrebbe portarsi a casa la statuetta.

I cinque candidati

Paul Thomas Anderson - Una battaglia dopo l’altra

Paul Thomas Anderson è già oggi uno dei migliori registi della lunga storia del cinema, senz’altro il più grande autore americano della sua generazione. E questo senza aver mai ricevuto una statuetta come riconoscimento. Fino a oggi ha avuto un rapporto non proprio idilliaco con l’Academy: 11 nomination accumulate (come regista, sceneggiatore e produttore dei suoi film) e nessuna vittoria, a cui si aggiungono le tre di questa edizione.


Una battaglia dopo l’altra sembra l’opera in grado di cambiare questa narrazione. Anderson nella sua carriera ha sempre raccontato la storia d’America, con la sola eccezione di Il filo nascosto. L’ultimo film si inserisce perfettamente in questo filone, riuscendo ad allargare ancor di più lo sguardo, con un racconto in grado di tenere assieme una visione storicizzante e una più puntuale sull’attualità. Non solo. Una battaglia dopo l’altra sembra anche un punto di arrivo nel cinema di Paul Thomas Anderson. Un perfetto trait d’union tra la prima parte della sua carriera, corale, pop e rotonda (Boogie Nights, Magnolia) e la seconda, più cupa e spigolosa, iniziata con Il petroliere. La stagione dei premi svoltasi fino a oggi sembra indicarci che questa possa essere davvero la volta buona. Ma il sentimento attorno a un altro film e un altro regista ci lascia un piccolo dubbio.

Ryan Coogler - I Peccatori

E il sentimento in questione è proprio indirizzato verso Ryan Coogler e il suo I Peccatori. Coogler negli ultimi anni si è mosso all’interno di grandi franchise - con Creed e Black Panther - cambiandoli profondamente con la sua visione che trabocca di cultura afroamericana. Ma è una volta libero che è riuscito a dar libero sfogo al proprio bagaglio autoriale. I Peccatori è il risultato. Un film che ha nello sfogo non un vezzo ma una sorgente d’alimentazione. Come ogni gesto smodato di liberazione, I Peccatori porta con sé un’energia violenta, magari con degli eccessi e dei disequilibri, ma impossibile da evitare. Coogler urla verso lo spettatore e rivendica non solo le sue radici culturali ma soprattutto la sua indipendenza come autore.

Una libertà sprezzante che ha garantito a I Peccatori 16 nomination, uno storico record. Ma che nelle ultime settimane ha visto un ulteriore incremento di genuino entusiasmo, come visto durante la cerimonia degli Actors Awards. Sarà con ogni probabilità una notte di grandi successi, ma sulla statuetta come regista rimane l’incertezza. Diciamo un 50/50.

Yorgos Lanthimos - Bugonia

Yorgos Lanthimos è diventato negli ultimi anni uno dei registi più amati, tanto da una fetta del pubblico cinefilo quanto da una parte dell'industria hollywoodiana. Limando alcuni degli spigoli del suo periodo europeo, si è imposto alla massa dopo Povere creature! come l’emblema di una certa weirdness. Ma in quel momento decide di prendere altre strade. Sempre con Emma Stone al suo fianco (ormai, oltre che attrice e produttrice, una sorta di co-autrice) arrivano prima Kinds of Kindness e ora Bugonia.

Scelte che arricchiscono di certo il suo profilo di un autore che rifiuta di essere incasellato. Ma se l’Oscar non è arrivato per Povere creature!, di certo non lo farà con il remake del sudcoreano Jigureul jikyeora!. La nomination è però una grande testimonianza di quanto Lanthimos sia considerato rilevante dall’Academy.

Joachim Trier - Sentimental Value

Lanthimos, pur essendo greco, è ormai da più di 10 anni che lavora nell’industria americana. E si vede. Questo fa di Joachim Trier l’unico vero regista europeo della cinquina. L’autore norvegese si era fatto conoscere dal grande pubblico e dall’Academy con La persona peggiore del mondo, che ottenne due nomination come Miglior film internazionale e Miglior sceneggiatura originale. Con Sentimental Value fa, da questo punto di vista, molti passi in avanti. 9 nomination per l’opera, tutte in categorie pesantissime, che lo rendono il frontrunner di un’altra categoria che abbiamo già trattato.

Regista europeo, dicevamo. E Trier rispecchia appieno la definizione, portando questa varietà nella cinquina. Sentimental Value si muove come un film europeo. Nei tempi, nella gestione delle interpretazioni, nell’abbracciare una certa complessità emotiva e narrativa, nell’uso del cinema come mezzo di comunicazione tra personaggi e non il contrario. Forse i richiami a Bergman sono un po’ didascalici. Forse non ha la stessa vitalità e freschezza del film precedente. Ma Trier è lì come ambasciatore di una determinata corrente cinematografica e tutto sommato porta la bandiera con merito.

Chloé Zhao - Hamnet - Nel nome del figlio

Chloé Zhao è l’unica donna della cinquina. Ma è anche l’unica ad avere già una statuetta a casa, conquistata nel 2021 con Nomadland. Nel periodo che divide queste due edizioni degli Oscar è arrivato Eternals, uno di quei (pochi) esperimenti che hanno cercato di portare una visione autoriale nel Marvel Cinematic Universe. Non è andata particolarmente bene. E Chloé Zhao, in maniera se vogliamo simile a quanto fatto da Coogler, torna per ribadire il suono e l’unicità della sua voce. E ci riesce. Senza dubbio. Hamnet - Nel nome del figlio è un’opera fortemente autoriale e smaccatamente intellettuale, dove la voce della regista e il suo sguardo naturalistico emergono. È molto riconoscibile, che di certo è un grande merito. Ci sono momenti dove sembra urlare sin troppo, Chloé Zhao. Ma il finale, con quella grande intuizione, riesce ad elevare da solo l’opera. Non vincerà ma resta un grande tassello di una carriera molto interessante.

Gli esclusi

I candidati a Miglior Film sono 10, quelli a Miglior Regista sono 5. Un approccio asincrono che crea in maniera naturale una prima lista di esclusi. A cui si vanno ad aggiungere tanti altri nomi di film che semplicemente non sono stati presi in considerazione dall’Academy. Se però dovessimo dire un singolo nome che meritava la nomination come Miglior Regia non può che essere quello di Kleber Mendonça Filho. Se L’agente segreto è un capolavoro (e lo è) il merito lo si deve soprattutto a una regia incredibile in grado di unire idee e riferimenti geniali con una puntualità e una cura certosina del singolo frame, legando tutto con un ritmo che trova nell’irregolarità la sua forza.

Chi vincerà?

Come detto è una corsa a due. Un 50/50 che vede protagonisti Paul Thomas Anderson e Ryan Coogler. Da una parte il coronamento di una carriera con pochi precedenti, dall’altra la smania di mostrare e riappropriarsi della propria voce. Comunque vada sarà una grande notte.

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