Predators e l’altra giungla (che poi è la stessa)
Predators è, più che un sequel, un remake fatto e finito del film di John McTiernan, ma ambientato in una giungla molto diversa da quella del predecessore
Quella di Predators è la storia di un sogno che ci ha messo una quindicina di anni a realizzarsi, e che ha portato un uomo a un passo dal poter girare il film della sua vita – salvo poi vedere questo stesso uomo tirarsi indietro per andare a inseguire un’altra visione, e lasciare l’incombenza a qualcun altro. È la storia di un film che avrebbe voluto essere per Predator quello che il sequel di James Cameron con la S in fondo fu per Alien; e che avrebbe dovuto far dimenticare quello che dallo stesso uomo di cui sopra era percepito come un passo falso, cioè il povero Predator 2. Ed è anche, purtroppo, la storia di un film che quando uscì faceva esattamente tutto quello che doveva fare – e proprio per questo non era abbastanza.

Il resto della storia è presto riassunto: Rodriguez dice di sì a patto di mantenere il controllo creativo sull’opera, il che prevede tra l’altro il fatto che il suo Predators ignori completamente sia il già citato Predator 2 sia Alien Vs. Predator, e funga da sequel diretto dell’originale – talmente diretto che anche il design dello Yautja è ripreso pari pari da quello di Stan Winston del 1987, e che il film contenga zero Predator in CGI e relativamente poco green screen. Dopodiché, quando tutto sembrava apparecchiato per il più classico dei film della vita (torneremo su questo concetto parlando di The Predator), Rodriguez cambia idea e decide di mettersi a fare Machete, e affida il film a Nimród Antal, che negli anni precedenti si era ben comportato con Blindato e soprattutto Vacancy.

Forse definirlo un remake dell’originale è eccessivo, nonché inesatto dal punto di vista narrativo visto che i personaggi, in particolare Isabelle (Alice Braga), parlano apertamente degli avvenimenti del primo film. Ma non è c’è dubbio che Predators ricalchi molto fedelmente sia i presupposti, sia gran parte dei beat narrativi del film di McTiernan. C’è una giungla, un’ambientazione ostile e claustrofobica pur trovandosi all’aria aperta. C’è un predatore alieno meglio adattato alla caccia di quanto lo siano le sue vittime. E c’è un gruppo di umani che sta a metà tra la squadra speciale in un film di supereroi e la collezione di carcasse di uno slasher classico: Predators segue le orme di Predator nell’impegnarsi molto per farci affezionare a una serie di figure che poi moriranno in maniere più o meno orribili.

Non è necessariamente un male scegliere un gruppo di antieroi come protagonisti, come ha dimostrato di recente The Suicide Squad; il problema è che in Predators si scontrano con uno dei mostri più iconici e amati della storia della fantascienza, un guerriero semi-onnipotente del quale non sappiamo mai abbastanza e per il quale è molto difficile non fare almeno un po’ il tifo. È uno dei segreti del successo di Predator: intimamente sappiamo che Schwarzenegger vincerà e l’alieno verrà sconfitto, ma una parte di noi sogna comunque di vedere le parti ribaltarsi (anche se ovviamente ci spiacerebbe per il povero Dutch), perché è difficile voler del male a uno Yautja.

Questo schermo impermeabile all’empatia è l’ostacolo più grosso tra chi guarda e Predators – quello, e un Laurence Fishburne un po’ a caso protagonista di quello che di fatto è un cortometraggio staccato dal film; è perfetto, e di gran lunga il personaggio del quale vorremmo sapere di più, ma esiste come un corpo estraneo all’interno della narrazione, e sembra inserito giusto per aumentare artificialmente il minutaggio (e inoltre attendiamo ancora un prequel interamente dedicato a lui e ai suoi dieci anni passati a sopravvivere agli Yautja). Come se Rodriguez e tutti coloro che hanno partecipato a scrivere e riscrivere la sceneggiatura si fossero a un certo punto ritrovati tra le mani un calco quasi 1:1 del film del 1987 e avessero deciso di aggiungerci dei pezzi per camuffarlo da sequel.