Robin Hood – Principe dei ladri, altro che allegri compagni: è una reinterpretazione cupissima e violenta della leggenda
Robin Hood – Principe dei ladri è una reinterpretazione cupissima e violenta della leggenda di quel tizio che rubava ai ricchi per dare ai poveri.
“Robin Hood e i suoi allegri compagni”. Così vennero battezzati nel 1500 circa, così li chiama da allora il folklore, e così li hanno raccontati Errol Flynn, Walt Disney e persino i film della Hammer. Un gruppo di furfanti dal cuore d’oro che si oppone alla tirannia monarchica e ruba ai ricchi per dare ai poveri, guidati da un avventuriero dalle origini ignote, il miglior spadaccino e arciere d’Inghilterra che mette i suoi talenti al servizio del popolo, per riportare la felicità in una terra squassata dalle ineguaglianze e oppressa dalle autorità. Ed è vero che “merry” o “merrie” era un termine con il quale si indicavano genericamente tutte le compagnie di ventura dell’epoca, e non aveva necessariamente la stessa accezione di allegria e positività che porta adesso; ma è anche vero che il ritratto di Robin Hood, nella storia della cultura del Novecento, è sempre stato macchiato di positività, voglia di vivere, ottimismo. Almeno fino a quando, trent’anni fa, lo sceneggiatore inglese Pen Densham ebbe un’idea brillante e sovversiva, e scrisse Robin Hood – Principe dei ladri.
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Un’intuizione semplice e rivoluzionaria, che rischiò di naufragare una volta che il film venne affidato a Kevin Reynolds, l’uomo che aveva lanciato Kevin Costner dandogli un ruolo da protagonista in Fandango e che lo rivolle per il suo nuovo progetto. La colpa ovviamente non è di Reynolds né di Costner, ma della macchina produttiva tutta, e quindi in ultima analisi di nessuno: troppe persone coinvolte e troppi interessi contrastanti, voci di screzi nel cast e di scene tagliate per dispetto (al compianto Alan Rickman, nientemeno), la questione dell’accento di Kevin Costner sulla quale torneremo, Johnny Depp che dice no al ruolo di Will e Robin Wright che rifiuta quello di Marian, il tempo inglese che ci si mette di mezzo e rallenta le riprese fino quasi a fermarle...
Ne risulta un'opera di una cupezza e violenza insospettabili, che flirta con lo splatter quando non esplicitamente con l’horror e ricorda a tratti la rilettura fatta dieci anni prima da John Boorman della leggenda di Excalibur – pensate solo a Morgan Freeman a cui strappano gli occhi. Potremmo affermare che in questo senso Robin Hood – Principe dei ladri anticipava alcuni trend più recenti: è un film nel quale assistiamo a decapitazioni, tradimenti, mutilazioni e tentativi di stupro in un contesto medievaleggiante parecchi anni prima di Game of Thrones, e imbastiva anche discorsi motivazionali antirazzisti, inclusivi e di accettazione del diverso. C’era pure una presenza femminile (Mary Elizabeth Mastrantonio) che si presenta in scena armi alla mano; è vero che la sua figura sbiadisce, perde indipendenza e si trasforma nella classica donzella in pericolo man mano che Robin e Marian si innamorano e il film vira al melò, ma stiamo pur sempre parlando di un film in costume del 1991 che lanciò la hit “Everything I do (I do it for you)”: la sua caratterizzazione è forse il massimo del femminismo concepibile in un prodotto mainstream ad alto budget di trent’anni fa.

Rickman come sceriffo di Nottingham, invece, gioca una partita a parte. Richiesto a gran voce dal regista, rifiutò due volte il ruolo finché Reynolds non gli offrì libertà assoluta di manovra – un via libera per creare uno sceriffo psicotico e fuori controllo, sempre a un passo dal ridicolo, raggelante nella sua sicumera quando (non-) violenta Marion, persino comico quando serve. La sua presenza totalizzante portò tra l’altro a grossi problemi di post-produzione: Reynolds insisteva per tenere tutte le sue scene, mentre Morgan Creek spinse per tagliarne alcune e dare più spazio a quello che, in teoria, doveva essere il protagonista. In altre parole, Alan Rickman in Robin Hood – Principe dei ladri è un film nel film, che regge la scena anche quando il resto zoppica.

È un inciampo, ma non sufficiente a rovinare il risultato finale. Certo, rivederlo trent’anni dopo conferma che il film di Reynolds è tutt’altro che perfetto, e anzi zoppica a più riprese; ma anche quando lo fa trova sempre spazio per un po’ di sangue a litri, per qualche sotterraneo umido e inquietante, o magari per un’agghiacciante battuta di spirito, così, per alleggerire la tensione (rivedetevi il film e diteci che «Il mio amico è un lebbroso, perde pezzi di sé in tutta l'Inghilterra» non è la versione medievale di «questi non sono i droidi che state cercando»). Non sarà il Robin Hood migliore di sempre, ma per certi versi rimane il nostro preferito.