Sisu è un John Wick con i nazisti e più sangue
Sisu si muove tra le idee di molti altri film, ma riesce ad essere un western action bellico divertente e violentissimo
Si inizia con qualcosa che non può essere tradotto. Si continua senza (troppe) parole. Sisu è il termine finlandese per indicare un coraggio alimentato dalla paura e una determinazione inimmaginabile. È un termine amatissimo dal popolo. Viene usato per raccontare le fatiche della seconda guerra mondiale e la strenua resistenza. Il cinema che si nutre di miti, quando riesce a farsi furbo, ruba persino dalle parole e le rende leggenda popolare. È questo il caso.
Sisu assomiglia a tanti altri film: è questa la sua personalità
Basta un coltello che entra nella carne come burro per far capire in che genere di film siamo. L’opera pulp post tarantiniana, quella che ne scimmiotta lo stile: una divisione in capitoli dai titoli che richiamano i font dei western, le situazioni pazzesche come un combattimento in un campo minato e gli spargimenti di sangue esagerati. Inutile specificarlo, Sisu, come molti che si muovono scimmiottando questa estetica, non possiede la stessa caratura cinematografica. Però che divertimento!
La trama è praticamente quella di John Wick con i nazisti. C’è pure un cane che segue fedelmente questo guerriero che ha perso tutto: casa, famiglia e paura di morire. Sisu è praticamente immortale. Noi lo capiamo dopo che salta su una mina con il cavallo. L’animale viene maciullato, lui sanguina un po’ e si rialza. I cattivi lo intuiscono solo quando riportano la perdita di sette uomini al campo base raccontando di un vecchio duro a morire e gli viene risposto che sono stati fortunati. Quell’uomo ha la forza e la determinazione di un plotone di trecento persone. John Wick era la Baba Jaga. Aatami Korpi è (il) sisu.
Il massimo dell’inventiva viene dalla tecnica adottata per restare a lungo sott’acqua: sgozzare un uomo e respirare l’ossigeno che fuoriesce dal suo collo.
Divertimento da mezzanotte e popcorn
Ovviamente in Sisu c’è anche un po’ di Mad Max: Fury Road. Perché in questo mondo postapocalittico basato su un periodo reale della storia, la carovana di nazisti si sposta con delle donne prigioniere. Nella prima parte del film intuiamo che siano state violentate (l’unica cosa a cui il film allude). Nella seconda diventano come i “Bastardi senza gloria”; liberate da Max Rockatansky (ehm, Aatami Korpi) continuano il suo lavoro probabilmente potenziate a loro volta dal sisu.
Però, in fondo, che divertimento! Questo cinema d’azione e di poche parole non ha contenuti ma ha immagini. Riesce a raccontare tutto quello che deve e far vivere allo spettatore un’esperienza che solo il cinema può dare, solo con le inquadrature e i movimenti. Certo, è uno di quei generi per cui “bisogna essere in vena”. Lo si inizi solo se si ha voglia di un film così e di niente di diverso. Se si hanno altre aspettative, la storia non conquisterà man mano. Come il suo protagonista non ha voglia di farlo, va per la sua strada. Chi vuole lo segue.
Potenzialmente un piccolo film cult, Sisu ha così tanta personalità (e così tante anime prese da tanti altri film) che lo rendono uno dei titoli perfetti da conversazione. Con gli amici o al cenone di Natale, questo è il film per dire: “non sapete cosa ho visto per caso…”.
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