The Legend of Zelda: Breath of the Wild, perché continuiamo a giocarci?
Ad un anno di distanza, continuiamo ancora a giocare a The Legend of Zelda: Breath of the Wild. Ecco perché non riusciamo a staccarci dal pad
Lorenzo Kobe Fazio gioca dai tempi del Master System. Scrive per importanti testate del settore da oltre una decina d'anni ed è co-autore del saggio "Teatro e Videogiochi. Dall'avatara agli avatar".
Perché non lo abbiamo ancora finito. Semplice e lineare, come vi avevamo promesso.
The Legend of Zelda: Breath of the Wild ha reso evidente ciò che titoli come The Elder Scrolls V: Skyrim e Far Cry 3, a confronto, hanno suggerito, timidamente, a bassa voce. Il concept del gioco, le sue intime fondamenta, sono svelate e declamate a lettere cubitali nel titolo, in quell' afflato di selvaggio che lascia presagire un qualcosa che effettivamente si palesa, che regala concretamente un viaggio, anche un po’ interiore, nello sconosciuto, nel mistero, nell’inospitale, un viaggio destinato a perdurare, perché è proprio questa la grande scommessa, il più oscuro segreto che cela e insieme serba il gameplay della produzione Nintendo.
Sia la produzione Ubisoft, che il capolavoro di Guerrilla Games, permettono alla sovrastruttura ruolistica, sul medio-lungo periodo, di prendere progressivamente il sopravvento, consentendo all’avatar di avere vita facile quando si tratta di sopravvivere, al di fuori delle missioni vere e proprie, attenuando progressivamente il brivido (d’eccitazione e paura) che si prova nel corso dell’esplorazione della mappa, quando si incappa in animali e creature robotiche malintenzionate.
The Legend of Zelda: Breath of the Wild, al contrario, sostiene, conferma e fortifica continuamente la sua coerenza interna, utilizzando diversi trucchi di gameplay, espedienti che, di fatto, rendono l’avventura appassionante, mai scontata, in una parola assuefacente.
La sete di conoscenza, il bisogno fisiologico di scoprire cosa si celi un altopiano più in là, non è fine a sé stesso. È il gameplay stesso a implicarli, a renderli imprescindibili per la riuscita della missione. La criticata facilità con cui si usurano armi, scudi e archi è proprio il motore principale di questo meccanismo, il fattore che più di altri fa si che l’anima survival del gioco non si spenga mai completamente, né si affievolisca eccessivamente.
C’è un altro fattore che concorre a rendere il titolo di Nintendo così assuefacente e godibile: la relativa raggiungibilità di ogni obiettivo, sia per quanto concerne l’abilità necessaria per rispettarne tutte le condizioni, sia, soprattutto, in termini geografici. Mai come in questo caso, la pratica rende perfetti, tanto più che i tanti gadget di cui dispone il prode Link permettono un alto grado di libertà d’azione. Laddove non riesce la spada, può aiutare l’ingegno. Dalla creazione di trappole, allo sfruttamento a proprio vantaggio delle asperità del terreno di scontro, una mente brillante può effettivamente dare vita a strategie efficaci in ogni condizione.
D’altro canto, avere la costante sensazione che tutto ciò che si osserva possa essere effettivamente raggiunto, inspessisce ulteriormente l’esperienza dal momento che vengono a crearsi, spesso e volentieri, puzzle ambientali in cui l’utente deve tracciare la strada meglio percorribile sino alla sua destinazione. Anche in questo caso, a fare da padrone è l’estrema libertà d’azione consegnata nelle mani dell’utente, limitata unicamente dalle ambizioni survival dell’opera. Avventurarsi sui pendii di un vulcano, senza alcuna protezione contro l’estremo calore, significa andare incontro alla morte. Non accorgersi che le armi in metallo attirano i fulmini, durante un temporale, si traduce in una sonora punizione.
Senza raggiungere l’estremismo delle produzioni FromSoftware, comunque meritevoli di tutte le lodi del caso, l’ultima epopea del prode Link necessita attenzione e abilità, dimostrandosi tuttavia accondiscendente con il videogiocatore, elargendo di continuo premi e soddisfazioni.
Correlati:


