The Lost City, tra archeologia e gender swap
The Lost City è un nostalgico film d’avventura che prende molto da All’inseguimento della pietra verde ma ci aggiunge più di un twist moderno
The Lost City è su Netflix
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Non occorre una laurea in storia del cinema per realizzare molto presto che The Lost City ha come modello i film di avventura “di una volta” (che vanno da quelli su Allan Quatermain a quelli su Indiana Jones), e uno in particolare: All’inseguimento della pietra verde, che innestava una bella dose di commedia romantica su una struttura classica e trasformava la vicenda in un gigantesco e pericolosissimo flirt. Il film dei fratelli Nee vuole fare la stessa cosa, ma dandosi una bella passata postmoderna.
Innanzitutto c’è uno strato di meta-narrazione che avvolge questa storia di un tesoro perduto in un’isola sconosciuta in mezzo all’Atlantico, e del ricco miliardario che vuole recuperarlo perché ha dei daddy issues grossi così. La protagonista Loretta, infatti, è una scrittrice di romanzi d’avventura; meglio: di luridi romanzacci rosa pieni di sesso infiocchettato dentro metafore poetiche, che si svolgono sullo sfondo di avventure archeologiche alla ricerca di qualche antico vaso da portare in salvo. L’idea di prendere una creatrice e trasportarla di peso in una delle sue creazioni, all’interno della quale si dimostrerà inizialmente inadeguata per poi prendere fiducia nei propri mezzi e dimostrarsi all’altezza delle sue stesse fantasie, non è nuova; ma la scelta di seppellire ogni parvenza di serietà sotto uno strato di erotismo Harmony da quattro soldi è vincente, per il semplice ma efficace motivo che fa ridere. Loretta è la prima a non prendersi sul serio e a non prendere sul serio il suo lavoro: il fatto stesso che la città perduta del titolo sia nota solo come “D” (che in inglese, magari non lo sapete, è l’iniziale di “dick”, cioè il pene) è fonte di gag costanti, spesso di basso livello e proprio per questo esilaranti (se c’è una parte di voi che è ancora rimasta ai tredici anni – se siete adulti fatti e finiti magari storcerete il naso, e ci dispiace per voi).
Il vero segreto di The Lost City però sta altrove, e cioè nel modo in cui riesce a invertire le aspettative sui ruoli di genere senza sembrare forzato, ma anzi presentandoci il personaggio di Channing Tatum come una figura quasi tragica. È bello, la gente vuole vedere i suoi addominali, scopriamo anche (perché il film quando vuole sa essere greve) che la natura l’ha dotato di strumentazione di dimensioni ragguardevoli. Ma è tonto, è ignorante, ed è schiacciato sotto il peso della cultura di Loretta, e di conseguenza del suo cinismo. È un uomo che non si sente all’altezza della donna che ama, e questo nonostante gli addominali e il culo di marmo.
Il viaggio alla ricerca della corona di fuoco diventa così anche un viaggio di scoperta di sé e dell’altro – come avviene sempre nelle commedie romantiche, certo, ma questa volta le cose che Loretta e Alan scoprono l’uno dell’altra non sono le solite, lei non è la principessa da salvare, lui non è il principe su un cavallo bianco, e il suo aspetto migliore (e più moderno) è che non ha paura ad ammetterlo. Questo, e l’innegabile chimica tra Sandra Bullock e Channing Tatum, rendono The Lost City un film vivo, che può sempre appoggiarsi sulla sua leading couple quando il resto zoppica.
Ma d’altra parte The Lost City è una commedia romantica più che un film di avventura, e da essa eredita tutto, limiti compresi. Ma in quanto commedia romantica fa la cosa più importante di tutte: funziona, grazie ai protagonisti, grazie a una scrittura brillante, grazie anche a una certa rozzezza che qui e là spinge il film in territori decisamente distanti da quelli che anche solo la locandina farebbe presagire. Se non vi preoccupa l’idea di ritrovarvi ridere a battute sul pene e sulla cacca, The Lost City potrebbe diventare un vostro piccolo culto.